QUELLI CHE… PARLANO DI ETICA E POI DICONO “CHI SE NE FREGA DELLE MALATTIE RARE”

Ci risiamo. Mi fa pena continuare a leggere in rete cose tipo: “E chi se ne frega delle malattie rare, pensiamo a salvare quei poveri animali…”. Ma come? Io penso di fare una dei mestieri più etici del mondo. Passare le proprie giornate a cercare di trovare una cura alle malattie, delle persone ma spesso anche degli animali, a volte ricorrendo alla sperimentazione sugli animali, non è certo divertente. Ma mi consola il fatto che sto facendo qualcosa che potrebbe salvare vite, o semplicemente migliorare la vita di molti.

E invece mi tocca leggere questi presunti “animalisti” che nulla vogliono sapere di ciò che facciamo, come e perché, ma continuano a riempirsi la bocca di parole come etica, orrore, vivisezione. Vivono nella loro bolla e attaccano chiunque non la pensi come loro. Mi torna alla mente il caso – sono passati sei anni, ma il ricordo è ancora molto vivo – di Caterina Simonsen. Si tratta di una (allora) studentessa colpita da quattro patologie rare, divenuta simbolo del conflitto tra ricercatori e animalisti, semplicemente perché rese pubbliche le sue posizioni a favore della sperimentazione animale. Risultato, fa coperta di insulti su Facebook, ricevette decine di minacce di morte e i post più moderati le dicevano più o meno “chi se ne frega di te e della tua malattia rara”.

Per questo scrivo ci risiamo. Perché la ferita si è riaperta. Perché mi fa male leggere su un grande quotidiano nazionale un titolo come “Trovato il primo farmaco efficace nel 90% dei casi di fibrosi cistica” e nell’articolo non trovare una sola parola su tutta la (tanta) sperimentazione animale che c’è dietro, per arrivare a questo risultato. Forse perché questa è una malattia rara che colpisce “solo” uno su 2500 nati. E’ per questo che chi scrive si autocensura? Forse non vuole sentirsi rinfacciare che si possa sperimentare su un animale per migliorare la vita di chi soffre?

Ma dove siamo arrivati? E questi sarebbero i campioni di etica? Dicono che “Sfugge la logica secondo la quale, con 2,3 miliardi di persone che consumano bevande alcoliche nel mondo, ci sia bisogno di utilizzare e uccidere topi geneticamente modificati, anziché di osservare gli effetti del consumo di alcol direttamente sull’uomo”. L’uomo come cavia, ecco dove vogliono arrivare…. o dove vogliono tornare. Perché di questo si tratterebbe, fare come ai tempi dei Nazisti, dal momento che per studiare i meccanismi del cervello e quali neurotrasmettori si attivano bisognerebbe aprire la testa di una persona.

Non ne posso più. Ci sono neonati negli ospedali in crisi di astinenza da nuove droghe a causa della dipendenza delle madri, ma intanto gli animalisti urlano che non si può cercare un rimedio sugli animali. Tutti i giorni i nostri ragazzi rischiano (e spesso perdono) la vita in discoteca o in altri luoghi a causa di droghe sintetiche sempre diverse, ma non possiamo testare gli effetti dei princìpi che ne annullerebbero la pericolosità su un topino… Meglio farlo direttamente sui ragazzi, secondo loro?

Il ricercatoro è e resterà sempre aperto verso le ragioni degli altri, ma alle volte mi verrebbe voglia di dare ragione ad alcuni colleghi, quelli che urlano agli animalisti estremisti che per essere coerenti con loro stessi quando sono malati non dovrebbero assumere farmaci,  utilizzare dispositivi biomedici (cerotti, creme, valvole cardiache etc)e metodi di diagnostica avanzati (TAC, RMN etc) o ricorrere a trapianti perché tutti, ma proprio tutti, sono stati messi a punto grazie a test sugli animali.

 

IL RICERCATOROIl-ricercatoro-300x300

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