RABBIA E PAROLE PER QUESTA CONTESA TRA RICERCATORI ED ANIMALISTI!

Ciao a tutti,

io sono un ricercatore, ma oggi sono anche arrabbiato come un toro davanti ad un drappo rosso. Da qui il mio nome…

Perché sei arrabbiato direte voi?

Perché continuo a leggere le tesi di chi appartiene al mio mondo, la scienza; ma anche quelle di chi questo mondo in qualche modo contrasta, come gli animalisti, gli antivaccinisti, i biodinamici…

E sembra davvero un dialogo tra sordi, in cui tutti parlano ma nessuno ascolta, in cui tutti pretendono di avere ragione senza mai calarsi nei panni altrui, in cui tutti rimangono nella loro “bolla” social, ovvero quella creata dai social media, dove gli algoritmi continuano a proporti le opinioni di chi la pensa come te, in modo da coccolarti, tenerti nella tua “zona di comfort”, non farti fare troppa fatica.

Questa rabbia mi ha portato a pensare “out of the box” – come dicono quelli che parlano difficile – e a mettermi nei panni di due categorie che si stanno contrapponendo alla grande in questi giorni, da una parte i ricercatori e gli sperimentatori nell’ambito della biomedica e dall’altra gli animalisti.

Voglio provare a farli ragionare…

Parlo prima ai ricercatori.

  • Tra gli animalisti ci sono anche tante persone “per bene”, non solo “terroristi” come molti di voi pensano. Si tratta nella stragrande maggioranza dei casi di persone semplici che amano gli animali, che li considerano parte della loro famiglia, che si identificano in uno stile di vita che vede l’uomo in armonia con la natura e l’ambiente. Il fatto che non comprendano che siete così anche quasi tutti voi e che la sperimentazione animale sia necessaria per il progresso della medicina e delle conoscenze scientifiche è colpa soprattutto vostra, che non sapete parlare al loro cuore ed al loro cervello, evidenziando cose semplici. Un esempio? Far capire alla signora trentenne che se può ancora abbracciare e parlare con sua nonna di 90 anni lo si deve ai progressi della medicina, ai passi da gigante fatti grazie alla sperimentazione animale in tema di demenza senile, Parkinson, tumori, ecc
  • Dovete raccontare come un mantra prima a voi stessi e poi al pubblico, il cosiddetto principio delle 3R, dall’inglese Refine, Reduce, Replace, ovvero la necessità – in tema di sperimentazione animale – di raffinare e far evolvere sempre più la ricerca in modo da rendere sempre meno necessario il ricorso al modello animale, e quindi ridurne l’utilizzo, con l’obiettivo finale di rimpiazzare gli animali con metodi alternativi. E’ importante!
  • Un animale è un dono del creato. Questa bella affermazione l’ha fatto di recente Maria Pia Abbracchio dell’Università di Milano, dichiarando che in Facoltà spiegano ai ragazzi come – posto che ad oggi la sperimentazione animale è ancora indispensabile – il sacrificio di un animale vada considerato alla stregua di un dono fatto all’umanità per sconfiggere le terribili malattie che ancora ci sono e per avere debellato le altrettanto gravi che sono scomparse grazie a vaccini e medicine.
  • Restiamo umani. Lo so che in molti mestieri la routine porta con se il rischio di fare le cose in modo automatico o, peggio, di malavoglia. Persino i medici alle volte “smettono” di provare empatia e di comunicare con i loro pazienti. Male. Quel dono che avete tra le mani va rispettato ed amato per la creatura che è e per il bene che potrà fare agli uomini e agli altri animali che ora soffrono.
  • Non ci nascondiamo più. Non stiamo – come ci accusano gli animalisti – nella torre d’avorio delle nostre conoscenze e dei nostri laboratori. Usciamo e andiamo nelle scuole, nei convegni, nelle “notti della ricerca” e andiamo a raccontare a tutti l’importanza e la bellezza del nostro lavoro, l’orgoglio di fare una professione che può restituire la vita a chi l’avrebbe persa, un parente o un amico a chi ignora che senza la nostra fatica non lo avrebbe più al proprio fianco.

E ora qualche parola per i cari animalisti

  • I ricercatori, nella stragrande maggioranza dei casi, vi riconoscono un ruolo di stimolo e di “sentinella” per l’evoluzione della ricerca, per il sempre maggiore ricorso, quando è possibile, a metodi alternativi. Ma non dovete vedere la vostra controparte come un’accolita di sadici “vivisezionisti”. Non è così. Sono persone, padri e madri di famiglia, che provano sentimenti e affetto, anche per gli animali. Insultarli, minacciarli, deriderli, non è il modo per ottenere rispetto.
  • La sperimentazione animale è, in base alle conoscenze della medicina di oggi, indispensabile. E’ cara, complicata e fonte di dolore anche per chi la compie. Ma insostituibile. Sono stupidaggini quelle che scrivete sui vostri blog, relative ai ricercatori ricchi al soldo di “big Pharma”. E’ quasi tutta gente che ama la propria gente ed il proprio Paese, che potrebbe sfruttare la propria professionalità per andare all’estero e guadagnare di molto più, ma non lo fa, rendendo l’Italia più “ricca”, ma di ingegno e competenza.
  • Non è negando le conquiste della Medicina grazie alla sperimentazione animale che svolgete bene il vostro compito. Come detto il modo corretto di procedere sarebbe quello di fare i “cani da guardia” del settore, controllando che tutti facciano bene il loro lavoro, dalle ASL ai preposti al benessere animale che, lo ricordo, nei centri di ricerca esistono e che – visto che si chiamano così – potrebbero essere i vostri migliori alleati.
  • Basta con le bugie. La maggiore organizzazione del settore si chiama LAV, ovvero Lega Anti Vivisezione. Le parole hanno un peso e un valore. La “vivisezione” è una pratica che non si usa più da decenni, fa pensare ad un animale vivo sezionato, fa orrore. Non è così. Quando la ricerca impone un’operazione invasiva su un animale lo si anestetizza, non prova dolore, non sente nulla come un uomo sotto i ferri del chirurgo. Suscitare orrore sul vostro target è una tecnica forse efficace ma truffaldina, come quando mettete in piazza i cartelli con foto truculente tratte da film di fantascienza…
  • Non trascurate le quasi 20mila firme della petizione “Salviamo la ricerca biomedica italiana”, partendo dal presupposto che voi ne avete ottenute quasi venti volte di più. E certamente più facile sottoscrivere un documento che dice solo “stop alla vivisezione”. Fa “figo” e non impegna. Ben più difficile per un ricercatore uscire dalla “torre d’avorio” di cui parlate ed esporsi in questo clima di odio. Se lo fa è perché davvero giunto all’esasperazione. La conseguenza rischia di essere quella che la ricerca italiana si trasferisca all’estero. Quel giorno le medicine, le biotecnologie, i nuovi dispositivi medici, arriveranno tutti da fuori, magari dalla Cina, dove anche l’etica è un’altra. E a voi non resterà che urlare quando ormai tutti i buoi saranno scappati dalla stalla.

Spero solo che gli uni e gli altri mi ascoltino e che ci sia ancora spazio per un dibattito serio tra persone civili, senza slogan, senza proiettili e scritte sui muri.

IL RICERCATORO

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