C’è un’alternativa alle cavie in laboratorio?

Ormai è questione di giorni. Dopo l’audizione pubblica del 12 maggio a Bruxelles, con l’accorato appello di Françoise Barré-Sinoussi e di altri 15 premi Nobel a difesa della ricerca europea, ai primi di giugno si aspetta la risposta della Commissione alla richiesta di Stop Vivisection di abolire completamente l’uso della sperimentazione sugli animali in Europa. “Non sulla base di una semplice mozione – precisano gli animalisti sul loro sito – ma di un’iniziativa dei cittadini europei (ECI), firmata da oltre 1.200.000 persone”.

Eppure, anche tra le file di chi è più impegnato sullo stesso fronte, i pareri non sono concordi. FRAME, il Fondo britannico per la ricerca di metodi alternativi alla sperimentazione animale, per esempio, non ci sta. Nato nel 1969 con l’obiettivo di far sparire le cavie dai laboratori, ha risposto così all’iniziativa di Stop Vivisection: “È irrealistico affermare che al momento tutte le procedure sugli animali non siano necessarie e che possano essere sostituite da metodi idonei che non prevedano l’uso degli animali. In particolare, è una nozione largamente condivisa nella comunità scientifica che i metodi che non prevedono l’uso di animali non sono ancora adatti per determinare la sicurezza sugli esseri umani di nuove sostanze candidate a diventare farmaci, prima che siano esaminate nel corso di studi clinici sulle persone. Servono urgentemente nuovi medicinali per curare molte malattie e questa deve restare la principale priorità.  Le procedure sugli animali inoltre continuano a migliorare le nostre conoscenze sui meccanismi alla base delle malattie umane e animali. Non sottovalutiamo la necessità di trovare nuovi farmaci in veterinaria (per esempio vaccini contro l’afta epizootica dei bovini), oltre che in medicina”. Nient’altro che un sano tuffo nella realtà.

Lontanissimo dalla realtà, tanto da avvicinarsi più a un sogno, è invece uno dei principali presupposti teorici della campagna di Stop vivisection, a cui hanno creduto anche molti ignari cittadini che l’hanno sottoscritta, e che è stato ribadito nelle mozioni parlamentari avanzate ai primi di maggio al Senato italiano: che cioè i cosiddetti “metodi alternativi” all’uso degli animali oggi disponibili non solo siano in grado di sostituire completamente gli animali, ma che siano anche più efficaci e perfino più sicuri, capaci cioè di ridurre i rischi per i pazienti che dovranno poi essere trattati. Anche la recente mozione della senatrice Paola Taverna pone queste affermazioni come punti di partenza per le sue successive proposte.  Vale quindi forse la pena di capire meglio che cosa sono questi “metodi alternativi”, se è corretto chiamarli così, quando possono essere usati, come possono essere convalidati e che soprattutto cosa implicano dal punto di vista economico. Sono gli interessi economici, spesso, infatti, a smuovere le acque molto più delle questioni di principio, e a guidare scelte che servano a ottimizzare risorse scarse come quelle a disposizione delle strutture di ricerca pubbliche e indipendenti, o a massimizzare il profitto nel caso delle aziende farmaceutiche. E usare gli animali quando esiste un’alternativa per ottenere lo stesso risultato non è solo fuori legge, in tutta Europa, dal 1986. Proprio non conviene.

L’acquisto degli animali (nel 95 per cento dei casi topi e ratti) da aziende specializzate che ne garantiscano l’assoluta “qualità” (no, dei cani randagi non se ne fa nulla nessuno), il loro mantenimento negli stabulari in condizioni ottimali (no, animali affamati o sofferenti forniscono risultati inattendibili), gli stipendi per il personale veterinario e tecnico specializzato che li accudisce ogni giorno – weekend, Ferragosto, Natale e Capodanno compresi -, le strumentazioni necessarie a mantenere le condizioni di sicurezza imposte dalla legge e dalle esigenze della ricerca, pesano molto sui budget dei centri di ricerca, pubblici o privati che siano. Per la maggior parte degli studi, la voce “animali” rappresenta circa un terzo della spesa. Tutto ciò che permette di ridurre questo onere è quindi benvenuto, e non solo per ragioni etiche. Non è solo per una maggiore consapevolezza dei diritti di tutte le specie quindi che, a fronte di un’espansione del 50 per cento della ricerca biomedica tra il 1995 e il 2005, il numero di animali utilizzato è rimasto stabile, come spiega il sito Understanding Animal Research. In alcune aree il loro utilizzo negli ultimi anni è calato notevolmente, per esempio grazie a nuove indagini di biologia molecolare, a nuove tecniche di coltura cellulare e tissutale, alla potenza dei computer che passano al setaccio milioni di molecole conosciute per individuare quelle che per le loro caratteristiche si candidano a interagire con un determinato meccanismo molecolare: quando si cerca un nuovo farmaco si possono oggi usare questi programmi per restringere il campo e mettere alla prova solo i potenziali farmaci così selezionati, riducendo i tempi e i costi della ricerca, oltre al numero degli animali coinvolti. Sono solo gli esempi più semplici, ma, in tempi di vacche magre, in tutto il mondo si sta molto investendo in questo campo. Hanno ragione gli animalisti a sottolinearlo, e a sottolineare il risparmio che i metodi “alternativi”, quando esistono, posso offrire.

Quel che non si capisce è perché mai allora le aziende farmaceutiche, che mirano al profitto, dovrebbero invece avere interesse a favorire la sperimentazione animale quando ne potrebbero fare a meno. Sono anzi proprio loro, che possono permettersi di impegnare grandi cifre in vista di un risparmio futuro, in prima linea su questo fronte. Ma anche il Parlamento italiano non si può dire che si sia tirato indietro. Il controverso decreto legislativo che ha recepito in Italia la Direttiva europea 2010/63 sulla sperimentazione animale stanzia infatti un milione di euro l’anno, per tre anni, a favore dei cosiddetti “metodi alternativi”: la metà per il finanziamento  di  corsi  di  formazione  ed  aggiornamento  per  gli operatori degli stabilimenti autorizzati, l’altra metà a favore degli Istituti zooprofilattici per la ricerca in questo settore. Non dimentichiamo che l’Italia ospita nel Centro comune di ricerca di Ispra, sul lago Maggiore, il laboratorio di riferimento della Commissione europea per questo filone di ricerca, considerato importantissimo da tutti, istituzioni, aziende, scienziati, grande pubblico, ognuno per le sue ragioni che non sono solo etiche ed emotive, ma anche pratiche ed economiche.

E allora, perché tanta opposizione alle iniziative degli animalisti da parte della comunità scientifica, di cui si è fatta portavoce ancora una volta la senatrice Elena Cattaneo con un’accorata lettera? Perché i metodi alternativi già disponibili e validati, sintetizzati in questa tabella, sono ancora pochi, e permettono di rispondere solo in minima parte alle domande che gli scienziati si fanno per portare avanti una ricerca. Quelli che ci sono, non appena sono validati, si usano, ma per la maggior parte delle ricerche servono a ben poco. La maggior parte dei test esistenti e validati infatti consiste in prove che permettono solo di garantire che un prodotto già messo a punto non provochi irritazione o corrosione della pelle e degli occhi. Sono quelli utilizzati dall’industria cosmetica, per la quale i test sugli animali sono già stati proibiti da una serie di direttive europee, dal 2004 solo per il prodotto finito, dal 2009 anche per i suoi ingredienti e dal 2013 in maniera totale, anche in mancanza di metodi alternativi per garantire la sicurezza di sostanze a cui si è esposti tutti i giorni, come creme, lozioni, colliri e dentifrici.

Molti altri sono in via di approvazione, ma prima che ciascuno di questi sistemi sia introdotto nella pratica, soppiantando gli animali, occorrono anni di studi, in cui la validità dei suoi risultati sia messa a confronto con quella dei dati emersi negli animali. Solo così le sostanze di cui dimostreranno l’innocuità potranno essere somministrate ai primi pazienti con relativa tranquillità. Allo stato attuale delle conoscenze, tuttavia, è davvero difficile immaginare sistemi “alternativi” capaci di ricreare la complessità di interazioni che si possono verificare in un intero individuo. Per questo è più corretto chiamarli metodi “complementari”. Non esiste infatti nessuno modo, a tutt’oggi, per tener conto dell’effetto di un farmaco non solo su un determinato organo o tessuto, ma su tutto il resto dell’organismo, in cui entrano in gioco delicati equilibri come quelli del sistema immunitario o endocrino. Per non parlare degli effetti sulla riproduzione: come ci si potrà tornare a fidare a somministrare a una donna in attesa un medicinale di cui non si conoscono gli effetti sul feto, come si fece con la talidomide?

La ricerca che porta allo sviluppo di nuove cure poi è molto più ampia del semplice test che garantisce la sicurezza di un farmaco, ma comprende preziosissime ricerche di base senza le quali non si potranno nemmeno ipotizzare nuove prospettive di cura.  I programmi al computer (si parla in questo caso di ricerche “in silico”, contrapposte a quelle “in vivo” o “in vitro”), anche usando le apparecchiature oggi più potenti, possono riprodurre solo molto parzialmente e grossolanamente la fisiologia di un organo, certamente non di un intero organismo. Per creare questi programmi occorre inoltre prima ottenere le informazioni di cui si farà tesoro, informazioni che non possono venire se non dagli animali stessi.

Anche molti nuovi sistemi di coltura “in vitro”, cioè in provette o piastre, si sono rivelati utilissimi: ma per ridurre il numero degli animali necessari, non per soppiantarli completamente. Un conto infatti è l’effetto su un determinato tipo di cellule in coltura, un conto è sull’intero organismo.Anche la tecnologia a volte può venire in aiuto, per esempio con strumenti che permettono oggi di studiare in alcuni casi direttamente gli esseri umani senza procedure invasive, come la risonanza magnetica o la PET, mentre si sta valutando l’uso di piccolissime dosi di sostanza in volontari umani (il cosiddetto microdosing), per avere qualche indizio su come agirà la medesima sostanza a dosi terapeutiche. Ma tutto questo non copre che una piccolissima parte del lavoro di ricerca che negli ultimi 150 anni ha permesso di sconfiggere malattie come il vaiolo, di cronicizzare l’AIDS o molte forme di cancro, di permettere ai diabetici di condurre una vita praticamente normale, di ridare vita ai pazienti cardiopatici o in dialisi con un trapianto.

Per proseguire su questa strada occorre ancora molto lavoro, in cui, per molti anni, non si potrà rinunciare agli animali, soprattutto a topi e ratti: nel minor numero possibile, nelle migliori condizioni possibili, usando per loro ogni riguardo e attenzione, ma per il momento non ci si può rinunciare. A meno di prendersi la responsabilità di bloccare gran parte della ricerca biomedica in Europa, togliendo ogni speranza agli ammalati, ai loro cari, alle generazioni future, ai nostri stessi animali da compagnia che usufruiscono delle medesime cure e privando anche noi stessi di quasi ogni prodotto fornito dalla medicina che ci semplificano la vita, dall’analgesico alla pillola anticoncezionale.

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