Senza sperimentazione animale si ferma la ricerca sulle sostanze d’abuso

Secondo lo European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction, ogni settimana sono immesse sul mercato illegale degli stupefacenti almeno due nuove sostanze d’abuso, pari a circa un centinaio nel 2014. I danni causati alla salute sono di volta in volta imprevedibili e spesso restano sconosciuti fino a quando un tragico evento di cronaca, come quelli che hanno segnato l’estate 2015, li porta alla ribalta. E davanti a questa minaccia i giovani italiani rischiano, tra poco più di un anno, di restare ancora più indifesi.

Tutta la ricerca italiana in questo campo, all’avanguardia nel mondo, rischia infatti di essere bloccata, insieme alla speranza di trovare rimedi a vecchi, ma ancora attuali flagelli, come eroina e cocaina, alla fine del 2016. Allo scadere della moratoria sugli articoli 5, comma 2,  lettere d) ed e) e 16, comma 1, lettera d) del decreto legislativo 26/2014 di attuazione della direttiva 2010/63 dell’Unione Europea infatti, nei laboratori italiani non si potranno più usare modelli animali né per studiare gli effetti delle sostanze d’abuso né per cercare il modo di vincere la dipendenza, strumenti considerati dagli esperti irrinunciabili in questo campo. Solo se l’Istituto zooprofilattico dell’Emilia Romagna e della Lombardia (nominato centro di referenza nazionale sui metodi alternativi) certificherà che, per questo tipo di ricerche, non esistono attualmente metodi  che non comportino l’uso di animali, il nostro lavoro potrà continuare. Altrimenti molti neurofarmacologi italiani, circa la metà del totale, dovranno abbandonare questo settore oppure trasferirsi all’estero. Solo in Italia infatti, deviando dalla normativa europea, è stata introdotta questa ulteriore restrizione alla già severa direttiva europea che regola l’uso degli animali in laboratorio.

Ne abbiamo parlato con Gaetano Di Chiara, neurofarmacologo dell’Università di Cagliari, un’autorità in questo campo.

Professore, che cosa sono queste nuove droghe di cui spesso sentiamo parlare sui giornali?

Le nuove droghe si chiamano in linguaggio tecnico NPS (NovelPsychoactiveSubstances): si trovano con grande facilità, e a poco prezzo, in rete, prima ancora che nei locali di svago o nelle discoteche. Si tratta per lo più di composti sviluppati dall’industria farmaceutica o dai laboratori di ricerca, di cui rappresentano per così dire gli ‘scarti’. Nel cercare nuovi farmaci, infatti, si sintetizzano e testano moltissime molecole, con la prospettiva di usarle in terapia o sfruttarle per studiare determinati meccanismi molecolari, senza che la maggior parte di queste raggiunga mai gli scaffali delle farmacie. Queste sostanze, o le modalità per produrle, possono però arrivare facilmente  tra le mani di estranei,che ne possono fare un florido commercio, soprattutto su internet, scegliendo quelle i cui effetti psicotropi le rendono adatte a essere usate come droghe, per esempio per il loro effetto rilassante, eccitante o allucinogeno.

Per ogni categoria “classica” di droga, esiste ormai una classe di prodotti sintetici che ne mima l’azione: cannabinoidi, analoghi della cocaina, dell’eroina o degli allucinogeni simili all’LSD. La differenza è che queste sostanze sono state messe a punto per essere meglio assorbite anche per bocca e raggiungere più facilmente i loro bersagli nell’organismo, oltre a produrre a basse dosi un effetto molto maggiore di quello delle sostanze originali. Per questo sono molto più tossiche e pericolose.

Eppure i dati di mortalità per droghe sono in calo negli ultimi anni, e i casi letali sporadici. Non sembra che dovrebbero destare preoccupazione.

Secondo la Relazione annuale al Parlamento del dipartimento Politiche antidroga, la mortalità si è circa dimezzata tra il 2000 e il 2002 soprattutto per effetto del minor consumo di eroina, ma negli ultimi anni si mantiene sostanzialmente stabile, oltre i 300 decessi l’anno. In questa cifra sono considerati solo i morti per intossicazione acuta, a cui vanno aggiunti quelli per danni a lungo termine (per esempio malattie infettive) e per  incidenti stradali (aumentati negli ultimi due anni del 17 per cento).

È sbagliato pensare alla mortalità come unico criterio di pericolosità delle sostanze d’abuso. Molti per esempio sono ancora convinti che la cannabis non provochi dipendenza, mentre è stato accertato che questa si sviluppa in almeno il 9 per cento di chi ne fa un uso considerato dai giovani “normale”. Tra quelli che la fumano tutti i giorni o quasi la percentuale è ancora più alta. Se la cannabis di solito non provoca overdose pericolose alle dosi normalmente inalabili, i cannabinoidi sintetici sono molto tossici, e portano moltissimi ragazzi in pronto soccorso. Questi infatti, diversamente dal prodotto naturale, sono stati studiati appositamente per interagire con la massima potenza ed efficacia con il recettore cerebrale del THC. Mentre il THC stimola solo parzialmente il recettore CB1, i prodotti sintetici lo fanno funzionare a pieno regime, sono perciò detti super-agonisti.

Inoltre sono venduti praticamente allo stato puro su internet oppure spruzzati su erbe inerti, utili solo come supporto da fumare, in modo da ottenere la cosiddetta “spice”, (detta “k2”  negli Stati Uniti). L’aspersione col principio attivo viene effettuata a occhio, per cui non è possibile sapere quanta sostanza attiva viene inalata. Nell’ambito del Progetto europeo EU-Madness, coordinato da Fabrizio Schifano, ricercatore italiano che lavora all’Università dell’Hertfordshire, abbiamo studiato quattro di questi cannabinoidi sintetici, di terza generazione, dimostrandone la pericolosità.

In che modo queste importanti collaborazioni internazionali sono messe a rischio dal decreto legislativo 26/2014 di attuazione della direttiva 2010/63 dell’Unione Europea?

Se non potremo più utilizzare gli animali non potremo più continuare a occuparci del problema delle sostanze d’abuso proprio in questo momento in cui la minaccia è più forte e ubiquitaria, grazie alla facilità di accesso fornita da internet. Non appena le autorità riconoscono una nuova sostanza e la dichiarano illegale, infatti, sul mercato ne compaiono altre a ritmo continuo. Se la moratoria finirà senza modifiche sostanziali al testo della legge, i ricercatori italiani non potranno più lavorare in questo campo, né da soli, né in collaborazione con le équipe straniere. In questa situazione di incertezza la partecipazione degli scienziati italiani ai bandi internazionali in tutti i campi che richiedono l’uso degli animali da laboratorio è già stata messa in pericolo e ostacolata. È ovvio che i fondi vengano assegnati con maggiori esitazioni a chi, indipendentemente dal merito scientifico, si sa già a priori che troverà ostacoli pratici o burocratici nello svolgimento del suo lavoro.

Perché in questo campo i modelli animali non possono essere sostituiti da metodi alternativi?

In generale, qualunque metodo alternativo, che sia in vitro o in silico, cioè usi colture di cellule o tessuti oppure sfrutti modelli informatici, serve solo per verificare in un caso specifico qualcosa che in generale è già noto: è evidente che se invece andiamo a cercare qualcosa che ancora non conosciamo nell’organismo o nella cellula, non lo possiamo riprodurre artificialmente a priori. Il cervello, poi, è ancora un territorio largamente inesplorato. Per verificare sull’uomo l’attivazione di determinate aree con i sistemi di neuroimaging come la PET, dobbiamo prima sapere dove e cosa andare a cercare. Per questo serve inevitabilmente la fase sugli animali.

Più in particolare, per quanto riguarda il nostro lavoro, per capire qual è il potenziale di abuso di queste sostanze, la sperimentazione sugli animali è indispensabile. Possiamo farci una prima idea delle loro caratteristiche nelle colture di cellule e tessuti, cercando di capire a quali recettori si legano, a quale dose lo fanno, con quale affinità ed effetto, ma esistono composti potentissimi in vitro che nell’animale non producono nessun comportamento particolare, per esempio perché non passano la cosiddetta barriera ematoencefalica, che ostacola il passaggio delle sostanze al cervello.

Ma l’abuso di sostanze non è un comportamento tipicamente umano, basato su funzioni superiori? Quanto sono attendibili sull’uomo i risultati degli studi effettuati in questo campo sugli animali?

I comportamenti di rinforzo che portano alla dipendenza sono codificati in maniera assolutamente scientifica negli animali. Da decenni sappiamo che sono validi e affidabili, basandosi principalmente sul test dell’autosomministrazione: se un animale si inietta una sostanza che gradisce, questa produce abuso e dipendenza anche nell’uomo. I casi in cui i due modelli discordano sono rarissimi. La caffeina, per esempio, una sostanza gratificante che ha proprietà stimolanti, non lo fa, diversamente da alcol, nicotina ed eroina, accomunate dalla capacità di liberare dopamina nelle aree del cervello in cui esistono i circuiti della gratificazione.

Questo genere di esperimenti, infine, non è indispensabile solo per intercettare le sostanze di abuso continuamente immesse sul mercato, ma anche per accertare che non possano dare dipendenza o abuso i nuovi farmaci prodotti regolarmente dall’industria: prima di immettere sul mercato un antidepressivo, per esempio, occorre accertarsi che non abbia di questi effetti. E, almeno per il momento, solo gli animali possono dircelo.

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