Sostanze d’abuso: davvero possiamo fare a meno del modello animale?

Carlo Manfredi – presidente dell’Ordine dei Medici chirurghi e odontoiatri di Massa Carrara

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Il compito della ricerca scientifica è quello di mettere a punto sempre nuove soluzioni diagnostiche e terapeutiche per le persone ammalate. I pazienti attendono fiduciosi di ricevere nuovi e sempre e più efficaci rimedi per migliorare il loro stato di salute e i medici sono professionalmente e umanamente gratificati quando possono adottare soluzioni più innovative capaci di migliorare in modo radicale la prognosi dei propri pazienti. La ricerca è alla base di tutto: non solo per le decisioni dei medici clinici ma anche quelle di politica sanitaria che, se sono fondate su solide evidenze, assicurano il miglioramento dello stato di salute delle popolazioni a fronte dell’impiego ottimale delle risorse.

Attualmente gli animali costituiscono un modello spesso insostituibile per la comprensione delle malattie e per lo sviluppo di rimedi efficaci. Introdurre nella legislazione italiana restrizioni ulteriori alla sperimentazione animale rispetto a quelle stabilite dalla Direttiva Europea costituisce un ostacolo al progresso della conoscenza scientifica e delle sue applicazioni pratiche.

In particolare, il divieto dell’utilizzo di animali per le ricerche sulle sostanze d’abuso appare del tutto incomprensibile. L’uomo condivide con le specie animali gran parte del cammino evolutivo, ecco perché vari meccanismi e funzioni biologiche si sono conservate nel tempo e sono regolate dagli stessi principi. Nel caso delle sostanze d’abuso, le stesse droghe preferite dall’uomo piacciono anche agli animali da esperimento che, in opportune condizioni sperimentali, si auto-iniettano cocaina, alcol, nicotina ed eroina e ne diventano dipendenti. L’animale, dopo aver provato l’effetto della sostanza, impara ad autosomministrarsela e a trascurare ogni altra attività: non mangia, non beve, non svolge attività sessuale fino a morire di consunzione.

Un comportamento analogo a quello di chi non può fare a meno di assumere alcol, eroina, cocaina o altre droghe, anche se questo sarà fonte di sofferenza, malattie e morte. I neuroni interessati dall’azione delle droghe di abuso fanno parte del cosiddetto sistema dopaminergico mesolimbico, che svolge  l’importante funzione di rinforzo dei meccanismi di gratificazione collegati allo svolgimento di funzioni essenziali per la sopravvivenza del singolo e per la conservazione della specie, come per esempio l’assunzione di cibo e di acqua, l’attività sessuale e l’accudimento della prole. Sebbene le vie neuronali dopaminergiche svolgano una funzione ben più importante per la sopravvivenza dell’individuo e per la conservazione della specie, la cocaina, ad esempio, inganna i neuroni e fa aumentare la concentrazione di dopamina a livello del recettore più di quanto possano fare gli stimoli naturali. Così la cocaina diventa l’esclusivo oggetto del desiderio. Se sono proprio le stesse droghe che piacciono all’uomo ad essere gradite anche all’animale, significa che hanno proprietà gratificanti universali e agiscono su un substrato biologico che si è conservato immodificato attraverso l’evoluzione. Quindi l’animale da esperimento costituisce un modello biologico naturale formidabile e insostituibile non solo per studiare la biologia delle dipendenze, ma anche per sperimentare i nuovi farmaci per combatterle.

Cambiamo scenario. Le droghe di sintesi sono facilmente prodotte in laboratori clandestini improvvisati e rudimentali con elevata probabilità di contaminazione e di sintesi di prodotti imprevisti, talora dotati di notevole tossicità. E’ accaduto che siano sintetizzate e vendute al pubblico sostanze con elevato potere tossico con gravi danni per i consumatori. G. C. ha assunto una sostanza messa a punto nella speranza di sintetizzare un analogo della meperidina. In realtà risultò contaminata da una temibile neurotossina denominata MPTP. Il giovane si presentò in ospedale con sintomi caratterizzati da tremore, impossibilità di compiere qualunque tipo di movimento, il volto fisso e inespressivo, con la bava alla bocca e incapace di parlare: un vero e proprio morbo di Parkinson che nessuno avrebbe ipotizzato in una persona giovane. Il neurologo che fece l’osservazione contribuì a sviluppare un filone proficuo di ricerca nell’ambito di questa malattia: in effetti, alcuni casi di effetti nefasti hanno paradossalmente contribuito al progresso delle conoscenze scientifiche. Gli incauti abusatori di sostanze finiscono pertanto per essere dei veri e propri modelli “naturali” di studio. Si tratta di una gigantesca sperimentazione di massa nella quale viene coinvolto un numero sempre più elevato di giovani, che finiscono per svolgere il ruolo oggettivo di inconsapevoli animali da laboratorio. Quel che è peggio e che l’esperimento avviene nelle peggiori condizioni possibili per assoluta mancanza di controllo.

La ricerca che segua il normale paradigma prevede ipotesi e verifica su modelli sperimentali in laboratorio e, se necessario, sull’animale per passare da ultimo all’uomo è quella da preferire. E’ invece da rigettare il modello opportunista che studia i danni che si procurano incauti sperimentatori dell’ignoto, che si presentano in condizioni critiche ai ricercatori che li attendono sulla soglia del laboratorio.

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