Anche il macaco può andare a tempo con la musica – ma solo dopo un addestramento mirato. Un nuovo studio pubblicato su Science mostra che questi primati, pur privi di apprendimento vocale complesso, sono capaci di percepire un ritmo e sincronizzare i movimenti ai ritmi musicali. Il risultato riapre il dibattito sull’origine evolutiva della musicalità e sulle basi neurobiologiche del senso del ritmo

Da cosa nasce il senso del ritmo? Non è una domanda frivola come può sembrare, perché se è vero che il mondo naturale è ricco di suoni e non mancano specie in grado di produrre melodie uniche (basta pensare al canto di alcuni uccelli), non sono molte le specie che sembrano avere un senso del ritmo spontaneo, di solito accompagnato dal desiderio di muoversi a tempo. Anzi, sono pochissime, per quel che ne sappiamo: per ora questo tipo di comportamento è stato osservato solo in noi umani e in alcuni pappagalli, oltre che in alcuni individui di altre specie.

Per questa ragione, la capacità di seguire il ritmo musicale è di norma considerata una capacità sostanzialmente umana, oltre che culturalmente universale. Secondo l’ipotesi più diffusa, nota come vocal learning hypothesis, solo le specie capaci di apprendimento vocale complesso, come gli uccelli canori o gli esseri umani, sarebbero predisposte a sincronizzarsi con un beat musicale. In altre parole, la predisposizione a seguire il ritmo dipenderebbe da circuiti cerebrali evoluti per l’apprendimento vocale. Ma uno studio appena pubblicato su Science rimette le cose in discussione: anche i macachi, pur non essendo dotati di un apprendimento vocale avanzato, possono percepire un ritmo musicale soggettivo e sincronizzare i propri movimenti ad esso. Almeno se adeguatamente addestrati.

Il macaco e il metronomo

Nel nuovo lavoro, due macachi sono stati addestrati a battere il tempo su un metronomo; poi il gruppo di ricerca ha condotto tre diversi esperimenti. Nel primo, venivano fatti ascoltare tre brani musicali reali e il macaco riceveva una ricompensa se batteva la mano su un sensore mantenendo intervalli regolari tra i colpi. Attenzione, perché la ricompensa dipendeva solo dalla regolarità degli intervalli, non dal fatto che i colpi fossero sincronizzati con la musica. Nonostante ciò, i macachi tendevano spontaneamente ad allineare i colpi a specifici momenti ritmici del brano, mostrando una coerenza di fase (cioè non colpivano a caso rispetto alla musica).

Gli stessi brani sono stati poi modificati spezzettandoli e rimescolandoli temporalmente, mantenendo però le stesse caratteristiche sonore (frequenze, timbro). Stavolta i macachi riuscivano comunque a svolgere il compito (battere a intervalli regolari), ma non mostravano più alcuna sincronizzazione con la musica, suggerendo che il comportamento osservato nel primo esperimento dipendesse davvero dalla presenza di un ritmo percepibile.

Nel terzo esperimento, i macachi potevano battere il tempo come preferivano e venivano premiati solo per la regolarità interna dei colpi, senza alcun riferimento a un tempo “giusto”. Nonostante questo, tendevano comunque a battere proprio al tempo percepito della canzone, mostrando una sorprendente tendenza spontanea a seguire il ritmo musicale.

Il gruppo di ricerca ha quindi concluso che anche il macaco è in grado di estrarre un beat, un ritmo, dalla musica e sincronizzarvi i movimenti in un modo che non è meccanico o automatico: dipende proprio dalla struttura ritmica della musica. Il comportamento osservato nel macaco è meno preciso e più variabile rispetto a quello umano, ma comparabile a quello di persone che ascoltano brani con ritmo ambiguo.
Secondo il nuovo studio, allora, più che di vocal learning hypothesis si potrebbe parlare di ipotesi delle quattro componenti, secondo cui la percezione del ritmo musicale dipende dalla coordinazione della rilevazione di pattern temporali sonori, la capacità predittiva (anticipare i battiti futuri), la coordinazione tra udito e movimento e, infine, l’associazione con ricompensa.

La neurobiologia del ritmo tra limiti e prospettive

Insieme allo studio è stata pubblicata un articolo di commento, che sottolinea un aspetto importante e chiaramente evidenziato anche dal gruppo di ricerca: la capacità dei macachi di seguire il ritmo non è spontanea, ma frutto di un lungo addestramento basato su ricompense. Il macaco non mostra naturalmente comportamenti ritmici nel loro ambiente, a differenza degli esseri umani, per i quali seguire il ritmo è spesso un comportamento spontaneo e gratificante. E un comportamento acquisito per addestramento non è necessariamente equivalente a uno che emerge in modo naturale: come scrive lo stesso gruppo di ricerca, «È improbabile che la sincronizzazione con la musica sia intrinsecamente appagante per i macachi». Inoltre, anche i pappagalli che in altri studi hanno mostrato questa capacità vivevano in un contesto di cattività e artificiale.

Quindi possiamo davvero usare queste osservazioni per spiegare l’evoluzione della musica umana? La somiglianza nel senso del ritmo che si osserva nel macaco riflette una reale continuità evolutiva o solo una capacità latente sfruttata dall’addestramento?

Sono domande aperte e serviranno altri studi per avere, man mano, risposte complete sull’evoluzione della musicalità. Intanto, però, il fatto che un macaco possa seguire il ritmo inizia a mostrare meglio quali basi biologiche la permettano, suggerendo anche che, forse, questa caratteristica finora considerata essenzialmente umana meriterebbe di essere indagata anche in altre specie. È uno degli effetti della ricerca di base (quella che da sempre richiede un maggior numero di animali) e il nuovo lavoro, nel rinnovare il dibattito sull’evoluzione della musica, apre così anche nuove prospettive per la neurobiologia comparata.

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