Uno studio su topi e dati clinici umani identifica un possibile meccanismo biologico alla base delle differenze tra uomini e donne nella durata del dolore: al centro ci sono monociti, interleuchina-10 e ormoni androgeni

Artrosi, fibromialgia, emicrania, sono solo alcuni esempi di condizioni patologiche in cui si osservano differenze di genere, perché interessano molto più le donne rispetto agli uomini. Secondo alcuni studi, una possibile spiegazione è che, dopo un’infiammazione o un trauma, il dolore si risolva più lentamente nelle donne rispetto agli uomini e diventi più facilmente cronico. Poiché c’è una forte associazione tra il dolore e il sistema immunitario, e che quest’ultimo presenta differenze tra uomini e donne, è possibile che i meccanismi siano legati proprio al sistema immunitario. Come, esattamente, non è però chiaro.

Un recente studio, pubblicato su Science Immunology, ha provato a chiarire queste differenze, individuando cellule e molecole che potrebbero essere coinvolte e spiegare perché negli uomini il dolore si risolva più velocemente. Un risultato importante dal punto di vista scientifico, ma che mette anche bene in luce il ruolo ancora cruciale che gli animali svolgono in alcuni studi – permettendo, come in questo caso, di indagare anche le differenze biologiche tra maschi e femmine che si manifestano poi a livello clinico.

I monociti che aiutano a risolvere il dolore

Il gruppo di ricerca, composto da ricercatrici e ricercatori statunitensi, ha indotto un’infiammazione cutanea nei topi. Quindi hanno confrontato maschi e femmine misurando nel tempo l’intensità del dolore, il grado di infiammazione, le molecole coinvolte nella risoluzione del dolore e le cellule immunitarie presenti a livello cutaneo. Hanno così osservato che l’infiammazione iniziale era sostanzialmente identica nei due sessi. Ma, se nei maschi il dolore si risolveva nell’arco di una settimana circa, le femmine mantenevano una sensibilità dolorosa elevata per molto più tempo. Sembra, quindi, che la differenza non dipenda tanto dal grado dell’infiammazione, bensì da quanto efficacemente l’organismo riesce a spegnere il dolore.

Per approfondire questo aspetto, il gruppo di ricerca ha indagato meglio le cellule e le molecole coinvolte. Per farlo si è basato su altri modelli di topo, geneticamente modificati per verificare di volta in volta il ruolo di diversi elementi immunitari osservandoli direttamente o “disattivandoli” in modo selettivo. Da questa indagine, complessa e approfondita, è emerso il ruolo di una molecola in particolare, l’interleuchina-10 (IL-10), prodotta soprattutto da un tipo di cellule dette monociti, che aumentano nella pelle infiammata. IL-10 agisce con effetto analgesico sui neuroni sensoriali; se i monociti, e di conseguenza la produzione di IL-10, diminuisce, aumenta il dolore. Lo studio ha evidenziato come i maschi presentino più monociti produttori di IL-10 delle femmine e che rispondono almeno in parte all’azione del testosterone, il principale ormone maschile quando infatti venivano eliminati i recettori del testosterone dai monociti (più precisamente dalle cellule mieloidi, il gruppo cui appartengono anche i monociti), diminuisce anche la loro produzione di IL-10. In compenso, la somministrazione di diidrotestosterone (un ormone androgeno che deriva dal testosterone) alle femmine aumenta i monociti produttori di IL-10 e accelera la guarigione dal dolore.

Poi il gruppo di ricerca ha testato un trattamento basato su una molecola naturale, Resolvin D1, derivante dagli acidi grassi omega-3 e coinvolta nella risoluzione dell’infiammazione. In effetti, il trattamento ha mostrato di aumentare i monociti produttori di IL-10, accelerando la risoluzione del dolore e riducendo le differenze tra maschi e femmine.

Un riscontro anche dai dati clinici

Infine, lo studio ha cercato di verificare se questi meccanismi potessero essere validi anche nella nostra specie. Per farlo, il gruppo di ricerca si è basato sui dati della coorte clinica AURORA, che segue persone dopo un trauma (ad esempio incidenti stradali). Ovviamente, in questo caso ciò che ha potuto osservare è un’associazione, non una dimostrazione causale come quella verificata sperimentalmente nei topi; inoltre, bisogna considerare che, mentre nei topi è stata indagata la risposta dolorosa locale, i dati clinici umani si tenevano in considerazione lesioni di diversa natura e in varie aree del corpo. Il parallelismo tra le specie che ne è emerso è però notevole: anche nell’essere umano, infatti, gli uomini mostrano livelli circolanti più elevati di monociti e di IL-10 e questi parametri sono associati a una miglior risoluzione del dolore. Come scrive il gruppo di ricerca: «Abbiamo osservato in modo consistente tra specie diverse differenze di sesso nella risoluzione del dolore e un’associazione tra IL-10, abbondanza dei monociti e ridotta durata del dolore».

E questo, come conclude, apre il campo a ulteriori studi che «chiarendo i meccanismi di risoluzione del dolore cutaneo potrebbe facilitare lo sviluppo di terapie traslabili alla clinica». Certo, come spesso accade nella ricerca biomedica, questo studio non fornisce una risposta definitiva, ma individua un nuovo tassello del puzzle. E ricorda quanto sia importante studiare in modo sistematico le differenze biologiche tra i sessi, troppo a lungo trascurate nella ricerca sperimentale.

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