Un nuovo studio descrive una strategia vaccinale che combina un vaccino a mRNA con un richiamo direttamente nella mucosa genitale. Nei topi, l’approccio ha aumentato anticorpi e cellule immunitarie locali, migliorando la protezione dall’herpes genitale

L’herpes genitale è una delle malattie a trasmissione sessuale più diffuse. Diversamente da quanto si pensa a volte, non è priva di pericoli: oltre a essere molto contagioso e poter interessare anche strutture diverse dai genitali, aumenta infatti il rischio di infezioni da HIV. E non ci sono trattamenti risolutivi.
Ecco perché la ricerca per sviluppare un vaccino contro l’herpes genitale è molto attiva. Eppure contrastare Herpes simplex virus (soprattutto quello di tipo 2, HSV-2) non è semplice, per diverse ragioni. Un nuovo studio condotto sui topi e portato avanti da un gruppo di ricercatrici e ricercatori statunitensi, descrive però un nuovo approccio promettente per fornire una protezione contro l’herpes genitale efficace.

Perché è difficile sviluppare un vaccino contro l’herpes genitale

L’herpes genitale è per molti aspetti una vera sfida per l’immunologia. Non tanto perché non si riesca a stimolare una risposta immunitaria in grado di proteggere l’organismo contro HSV-2, quanto perché è difficile indurre una protezione robusta e duratura proprio nei tessuti in cui il virus entra nell’organismo.
Tra le ragioni vi sono le capacità del virus di eludere la risposta immunitaria dell’ospite, tanto che anche chi ne ha già sviluppata una può andare incontro a recidive. Bisogna poi considerare che HSV-2 è un virus in grado di permanere a lungo nell’organismo in stato di latenza, “nascosto” nei gangli sensitivi, dove può restare silente per tutta la vita. Ancora, non è del tutto chiaro quale risposta immunitaria sia davvero necessaria e sufficiente per proteggere dall’herpes: se per alcune malattie spesso basta misurare gli anticorpi neutralizzanti, per HSV-2 sembrano invece essere importanti sia gli anticorpi sia i linfociti T.

E poi c’è un aspetto che introduce ulteriore complessità, quello su cui si è concentrato il nuovo studio. Molti vaccini tradizionali vengono somministrati per via intramuscolare e inducono quindi la risposta immunitaria soprattutto con soprattutto anticorpi e cellule immunitarie circolanti nel sangue. Negli ultimi anni però è diventato sempre più chiaro che una forte immunità sistemica non coincide necessariamente con una forte immunità mucosale. E HSV-2 entra nell’organismo attraverso una mucosa: per bloccarlo servono anticorpi locali e cellule T già presenti nel tessuto genitale.

Un nuovo adiuvante

È proprio per attivare il sistema immunitario e al contempo attrarre linfociti T che nel nuovo lavoro il gruppo di ricerca ha sviluppato un nuovo adiuvante, cioè una sostanza che agisce per potenziare l’effetto del vaccino. Chiamato BEACON (Bioactive Enhanced Adjuvant Chemokine Oligonucleotide Nanoparticles), è formato dall’unione di due componenti già noti, che si autoassemblano in nanoparticelle: un oligonucleotide CpG, che stimola il sistema immunitario innato attraverso il recettore TLR9, e la chemochina CXCL9, una molecola capace di richiamare linfociti T nei tessuti.

La prima parte del lavoro è stata svolta in vitro, con l’obiettivo di caratterizzare le nanoparticelle e verificare la loro capacità di attivare cellule dendritiche o specifici recettori immunitari. La seconda parte ha invece richiesto l’uso di topi, necessari per indagare gli aspetti più complessi dell’azione del candidato vaccinale: reclutamento delle cellule immunitarie nei tessuti, interazione tra diversi compartimenti del sistema immunitario, diffusione del virus, sviluppo della latenza nei gangli nervosi e protezione clinica nel lungo periodo. Tutti aspetti che solo un organismo completo può riprodurre.

E anche un nuovo protocollo vaccinale

I risultati delle analisi condotte ha mostrato diversi aspetti interessanti. Per esempio, non solo BEACON è in effetti in grado di attrarre linfociti T, ma le nanoparticelle sono anche captate soprattutto dalle cellule presentanti l’antigene (un tipo di cellule del sistema immunitario rappresentate per esempio da cellule dendritiche e macrofagi) e molto meno dai neutrofili, associati all’infiammazione. Inoltre, nei topi vaccinati e che hanno poi ricevuto un richiamo locale con BEACON si osservava un aumento marcato dei linfociti T CD8 specifici per HSV-2 e delle cellule di memoria residenti nei tessuti vaginali, ossia quelle che garantiscono una reazione immediata in caso di nuova esposizione al patogeno. Quando i topi venivano infettati con il virus, infatti, mostravano una riduzione della gravità della malattia e una maggiore sopravvivenza rispetto ai controlli.

La parte più interessante riguarda però il protocollo vaccinale vero e proprio. Il gruppo di ricerca ha adottato una strategia prime-boost: prima una vaccinazione intramuscolare con mRNA che codifica per una glicoproteina virale, poi un richiamo direttamente nella mucosa vaginale utilizzando la proteina virale associata a BEACON. Questo approccio è stato confrontato con richiami tradizionali intramuscolari, e si è dimostrato più efficace sotto diversi aspetti. I topi mostravano meno sintomi clinici dopo l’infezione, carica virale minore nelle secrezioni vaginali, ma anche minore presenza di DNA virale nei gangli nervosi a sei mesi, suggerendo un controllo più efficace dell’infezione e una possibile riduzione dell’instaurarsi della latenza.

Come evidenzia lo stesso gruppo di ricerca, questi sono risultati che andranno ulteriormente approfonditi, per esempio per chiarire se possono essere influenzati da aspetti come esposizioni ripetute al virus o dai cicli ormonali. Senza contare che questo è un lavoro volto a capire se la strategia proposta può essere efficace: non è detto però che questi vaccini poi possano essere facilmente impiegati in clinica (per esempio, bisognerà verificarne la stabilità termica per capire se e come è possibile garantirne la conservazione). E, naturalmente, un topo non è un essere umano: come abbiamo spiegato in passato, per simili che siano i nostri organismi sotto molti aspetti, è chiaro che non mancano le differenze. D’altronde, il “fallimento” dei farmaci passando da una specie all’altra è in realtà proprio la logica alla base delle verifiche di sicurezza ed efficacia, che spiega perché la sperimentazione di un farmaco passi attraverso diversi momenti, diversi modelli e diverse specie. Ma, intanto, il nuovo lavoro fornisce indicazioni precliniche preziose per capire i meccanismi con cui si può sviluppare una strategia vaccinale per un virus contro cui finora le altre non hanno funzionato.

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