Una terapia sperimentale punta a silenziare in modo duraturo il DNA del virus dell’epatite B attraverso modifiche epigenetiche. I risultati ottenuti in cellule e modelli animali sono promettenti e sostengono lo sviluppo clinico di una strategia che potrebbe avvicinare l’obiettivo della cura funzionale
Sebbene sia disponibile un vaccino molto efficace, a livello globale, l’epatite B è ancora molto diffusa e associata a un’alta mortalità: le forme croniche, infatti, aumentano il rischio di cirrosi epatica ed epatocarcinoma. E non c’è, a oggi, una cura risolutiva: le terapie disponibili possono sopprimere la replicazione virale e ridurre il rischio di complicanze, ma in molte persone la loro efficacia è parziale. La ricerca per una cura dell’epatite B è infatti tutt’oggi molto attiva: in particolare, l’obiettivo di molti gruppi di ricerca è quello di mettere a punto una cura cosiddetta funzionale, ossia che consenta di eliminare, in modo persistente, l’antigene di superficie HBsAg dall’organismo.
Un risultato molto interessante in questo senso viene da un recente studio condotto da un team internazionale che comprende ricercatori italiani dell’Istituto per la terapia genica San Raffaele Telethon, dell’Università Vita-Salute San Raffaele, dell’Università di Milano e dell’Istituto Nazionale Genetica Molecolare Romeo ed Enrica Invernizzi. Si tratta di un lavoro per ora interamente preclinico, condotto su topi e primati, ma i cui risultati sostengono il passaggio allo sviluppo clinico per gli esseri umani.
Il virus nascosto
Ciò che rende il virus dell’epatite B difficile da eliminare in modo definitivo è la sua capacità di creare serbatoi di DNA virale molto persistenti negli epatociti, le cellule del fegato. Permane soprattutto in due forme. Una è nel nucleo dell’epatocita come cccDNA, una piccola molecola di DNA virale circolare che consente al virus di continuare a produrre RNA, proteine virali e nuovi virioni. La seconda è integrata nel genoma dell’epatocita: in questo caso, il DNA virale non produce normalmente nuovi virus completi, ma può continuare a produrre proteine virali, in particolare HBsAg, l’antigene di superficie.
Le terapie oggi disponibili non permettono di eliminare il virus in queste forme ma cercano, invece, di inibire la replicazione virale. Nemmeno l’approccio proposto nel nuovo studio mira a eliminare il genoma virale: l’obiettivo è però silenziarlo, rendendolo in sostanza invisibile e inutilizzabile all’apparato cellulare che ne consente la trascrizione e dunque la produzione di proteine virali. E, aspetto particolarmente interessante, farlo con un effetto duraturo.
Infatti, il gruppo di ricerca ha messo a punto una terapia composta da due componenti: un RNA guida, che riconosce una sequenza specifica del DNA virale, e un mRNA che codifica un effettore epigenetico che, in breve, riconosce il DNA virale e vi introduce modifiche durature che ne reprimono la trascrizione. Questa terapia sperimentale è stata chiamata CRMA-1001.
L’efficacia nei topi
Di fatto, il lavoro che ha portato all’identificazione di queste due componenti rappresenta un buon esempio di drug discovery, basato su un lungo processo di progettazione e selezione dell’RNA guida e di ottimizzazione dell’effettore epigenetico. L’efficacia della terapia è stata valutata in diversi modelli di topo, scelti per studiare le differenti forme persistenti del DNA di HBV. Nei topi transgenici, che presentano DNA virale integrato, il trattamento ha prodotto un silenziamento duraturo dell’espressione virale. In un secondo modello, caratterizzato dalla presenza di DNA episomale (cioè non integrato nei cromosomi), tre dosi mensili di CRMA-1001 hanno ulteriormente potenziato l’effetto: a sei mesi, fino al 90% degli animali presentava HBsAg e DNA virale sotto il limite di quantificazione.
Non meno importante è la parte di valutazione in vitro della terapia: il gruppo di ricerca ha infatti indagato l’efficacia anche nella capacità di silenziare il cccDNA virale in colture cellulari – e, anche in questo caso, si osserva una diminuzione degli antigeni virali molto significativa.
E la sicurezza nei primati
Infine, lo studio ha iniziato a valutare la sicurezza della terapia CRMA-1001 nei macachi cinomolgo. È importante sottolineare che non esistono modelli di primati non umani per l’epatite B cronica: è proprio per questa ragione che, in queste specie, la valutazione riguarda la farmacocinetica, distribuzione e tossicità (e non l’efficacia) della terapia. I risultati hanno mostrato che la terapia si concentra negli organi target (fegato e milza) e che la concentrazione delle sue componenti si riduce rapidamente, diventando sostanzialmente irrilevabile nell’arco di 28 giorni. E per la sicurezza? Al dosaggio massimo compaiono aumenti transitori degli enzimi epatici, ma sono reversibili e recuperano entro quattro settimane dall’ultima dose; non vengono associati a reperti patologici anatomici o manifestazioni cliniche e gli autori li classificano come non avversi.
È importante non leggere questi risultati come la possibilità di una terapia umana pronta a venire: sarà l’esperienza clinica a stabilire quanto l’efficacia osservata nei topi e la sicurezza nei primati non umani siano trasferibili alle persone. Ciò non toglie che siano risultati rilevanti, che aprono la strada a un cambio di paradigma per il trattamento dell’epatite B cronica, perché CRMA-1001 mira a intervenire direttamente sul DNA virale da cui originano RNA e proteine virali e rende plausibile un trattamento con effetto molto più lungo della permanenza del farmaco nell’organismo. È, insomma, una possibile base su cui lavorare per una vera cura funzionale dell’epatite B.
