Iniziamo a guardare i dati sull’uso degli animali usati a fini scientifici in UE relativi al 2023, da poco pubblicati dalla Commission europea, partendo dalle specie e dalla loro provenienza
Sono state da poco pubblicate le statistiche della Commissione europea sugli animali usati a fini scientifici negli Stati membri e in Norvegia, relative al 2023. Si tratta di aggiornamenti periodici, previsti dalla Direttiva 2010/63/EU per la tutela di queste specie, che permettono di monitorarne alcuni aspetti essenziali. Il report comprende infatti informazioni dettagliate non solo sul numero degli animali coinvolti, ma anche per esempio sulle percentuali di riutilizzo e la gravità delle procedure.
Come sempre, dunque, ne riprendiamo alcuni degli aspetti principali, iniziando dalle specie più usate e dalla loro origine.
Uno sguardo sul totale
Uno dei dati più importanti, e non inaspettati, che emerge dal report è la continua diminuzione degli animali usati a fini scientifici. Nel 2023, infatti, sono stati usati per la prima volta 7,97 milioni di animali: una diminuzione di quasi il 5% rispetto al 2022 e di oltre il 9% rispetto al 2018, che conferma in generale un andamento registrato anche negli anni precedenti. E che ci si aspetta si possa mantenere per i prossimi anni, grazie all’implementazione e allo sviluppo di metodi alternativi o NAMs (New Approach Methodologies) sempre più avanzati ed efficaci: vale la pena ricordare che tali strumenti, pur non potendo del tutto sostituire l’uso degli animali in alcuni ambiti, forniscono un supporto sostanziale in ottica 3R.
Tale diminuzione globale riguarda soprattutto topi e ratti, specie di riferimento per gli studi scientifici; sono aumentati, invece i pesci, in particolare le specie di rilevanza alimentare come per esempio salmoni e trote. Rispetto al 2022, inoltre, i dati evidenziano anche un aumento molto significativo (+163%) nell’uso di cefalopodi (che, lo ricordiamo, sono gli unici invertebrati tutelati dalla Direttiva 2010/63/EU), sebbene sul totale complessivo rappresentino solo lo 0,1% degli animali usati a fini scientifici.
Sempre guardando al totale complessivo, comunque, circa il 60% degli animali usati nel 2023 è rappresentata da mammiferi; il 34% circa da pesci e il 5,4% da uccelli.
Le specie più usate nel 2023
Andando a vedere più nel dettaglio le specie più usate a fini scientifici, il 2023 non porta novità significative rispetto agli anni precedenti. I topi continuano a essere i più utilizzati (44,6%), seguiti dai pesci, che già da alcuni anni rappresentano il secondo gruppo di animali più usati. Come anticipato, sono soprattutto le specie d’interesse alimentare a essere coinvolte negli studi (per esempio per migliorarne crescita e alimentazione, ridurre la necessità di antibiotici in acquacoltura, prevenzione delle malattie negli allevamenti eccetera). Conigli e pollame domestico rappresentano ciascuno il 4% degli animali utilizzati nel 2023.
Le specie considerate of particular concern per l’attenzione pubblica nei loro confronti sono cani, gatti e primati non umani. Per quanto riguarda i primi due, le percentuali sul totale degli animali usati per la prima volta rimangono estremamente limitate (nel 2023 sono stati usati 1.840 gatti e 8.352 cani); rispetto al 2018, è aumentato il numero di gatti e diminuito quello dei cani (rispettivamente +21% circa e -43% circa). Lo stesso si può dire per i primati: la specie più utilizzata è il macaco cinomologo, e anche in questo caso si registra un calo degli animali usati rispetto al 2018 (-28% circa).
La provenienza degli animali
La provenienza degli animali usati a fini scientifici non è un aspetto secondario per quanto riguarda il loro benessere. L’Unione europea presta infatti molta attenzione alle condizioni degli allevamenti, incentivando il ricorso a quelli registrati in UE, che devono rispettare standard molto precisi. Da anni, in effetti, la stragrande maggioranza degli animali proviene da allevamenti registrati: si tratta in effetti dell’84% circa degli animali nel 2023. Il restante proviene in parte da allevamenti UE non registrati (si tratta soprattutto di animali da fattoria e pesci, e anche cani e gatti di casa arruolati in studi che prevedevano procedure di lieve entità, come un prelievo di sangue) e, in misura molto minore, da altra fonte.
Un discorso a parte deve invece essere fatto per i primati, ancora purtroppo ampiamenti importati da Africa e, oggi in misura minore, dall’Asia: si tratta di un problema cui abbiamo dedicato un approfondimento, per spiegare più nel dettaglio il conflitto tra la necessità di allevamenti interni per garantire benessere dei primati, tracciabilità e sicurezza dell’approvvigionamento e la difficoltà a instaurarli effettivamente negli Stati membri. È comunque importante ricordare che, anche per i primati importati da Africa e Asia, deve essere garantito che il prelievo non sia avvenuto in natura e discendano da individui già allevati in cattività.
A questo proposito, è utile anche riportare, come fa il report europeo, la generazione dei primati utilizzati nel 2023, importante proprio per evitare il ricorso ad animali prelevati in natura anche ai fini della conservazione delle specie. Quelli provenienti da allevamenti UE sono per gran parte F2 o più, cioè discendenti da almeno due generazioni di individui in cattività, e lo stesso vale per i primati provenienti dall’Asia. Quelli importati dall’Africa, invece, sono per circa la metà F1, cioè la prima generazione di individui in cattività. Complessivamente, comunque, il 76% circa dei primati è almeno di generazione F2, mentre il 24% F1.
