Negli Stati Uniti cresce la spinta verso l’abbandono della sperimentazione animale, tra nuovi investimenti e cambiamenti normativi. Ma tra limiti scientifici, contraddizioni e spinte politiche, la transizione verso metodi alternativi appare ancora complessa e tutta da verificare
Qualcosa sta cambiando nella ricerca statunitense. Perché sotto la presidenza di Trump sembra – tra le altre cose – diventare sempre più forte la spinta verso l’abbandono della sperimentazione animale. Ma con quali possibili effetti? Quanto è credibile, davvero, questo spostamento verso i metodi alternativi?
Dall’FDA ai NHI
Circa un anno fa, la Food and Drug Administration (FDA), l’ente regolatorio statunitense, aveva annunciato un cambio di paradigma storico, pubblicando una roadmap per la sostituzione degli animali nel processo di sviluppo e approvazione dei farmaci. L’approccio proposto è graduale e riguarda naturalmente la sola ricerca farmacologica, non i molti altri campi scientifici che richiedono l’uso di animali (per esempio, la ricerca di base, che in UE è l’ambito in cui gli animali sono più usati in assoluto).
Poi, il 18 marzo di quest’anno, sempre l’FDA ha rilasciato la bozza di una linea guida per supportare gli enti coinvolti nello sviluppo di farmaci nel processo di validazione dei metodi alternativi, più propriamente definiti New Approach Methodologies (NAMs). È un altro momento importante, che tocca una questione tutt’altro che scontata: affinché un metodo alternativo possa essere usato in modo sicuro ed efficace, deve dimostrare di essere valido quanto il modello animale. Si tratta di un tema ovviamente sentito anche nell’Unione europea. Ne abbiamo parlato qui su Research4Life qualche tempo fa, raccontando come funzioni questo processo e il ruolo fondamentale che vi svolge l’EURL ECVAM, laboratorio di riferimento per i metodi alternativi in UE.
Per quanto riguarda la nuova guida dell’FDA, Robert Kennedy Jr, segretario dello United States Department of Health and Human Services, ha commentato: «Questa bozza di linee guida rafforza il nostro impegno a sostituire la sperimentazione animale con metodi scientificamente rigorosi e rilevanti per l’essere umano».
Né la bozza dell’FDA è l’unica novità. Sempre il 18 marzo, anche i National Health Institutes (NHI), l’agenzia governativa statunitense che finanzia e conduce la ricerca biomedica e sulla salute pubblica, ha annunciato di aver investito 150 milioni di dollari in una ricerca «human-based, per ridurre l’uso degli animali». Il programma, riporta il comunicato, prevede di creare centri di sviluppo tecnologico per facilitare lo sviluppo di NAMs, data hub e centri di coordinamento per facilitare la condivisione delle informazioni, e un network di validazione e qualificazione per spingere la partnership tra industria e ambito regolatorio. Peraltro, a luglio di quest’anno, i NHI avevano annunciato che non sarebbero più stati finanziati progetti basati esclusivamente sul modello animale: avrebbero dovuto essere integrati con NAMs, trail clinici con gli esseri umani, o dati real world.
Ancora, lo US Department of Health and Human Services ha recentemente chiesto ai CDC di interrompere tutti gli studi sui primati.
Tra limiti e incongruenze
Insomma, il cambio di approccio è sempre più evidente. Ma non mancano né i dubbi né, a ben vedere, anche alcune incongruenze. Per quanto riguarda i primi, abbiamo parlato più volte di come e soprattutto perché molti ambiti della ricerca non possano fare a oggi a meno degli animali. I metodi alternativi sono sempre di più e sempre più avanzati; possiamo contare non solo su raffinati modelli in vitro, come organoidi e organ-on-a-chip, ma anche su strumenti computazionali e di intelligenza artificiale che possono fornire indicazioni complesse in breve tempo per rispondere a svariate domande, da «Quale tra milioni di molecole è più promettente, in termini di efficacia, per una determinata patologia?», a «Una volta nell’organismo, questa molecola come si potrebbe distribuire e come potrebbe essere metabolizzata?».
E se in questo modo i NAMs consentono una riduzione importante degli animali necessari (infatti i dati UE mostrano un graduale ma costante calo nel numero di animali usati per la sperimentazione), non consentono però di capire tutto. Non riproducono un organismo nella sua completezza e complessità (basta pensare a quanto sia complesso il cervello animale, senza contare le connessioni tra i diversi organi e apparati). Né possono simulare gli effetti dell’ambiente e dell’esperienza (basta pensare al ruolo dei rapporti parentali e sociali, ampiamente coinvolti in molti disturbi). E nemmeno consentono di riprodurre e studiare il comportamento.
Non ci sono solo i dubbi più strettamente scientifici, comunque. Dobbiamo anche considerare che la normativa statunitense, quando si parla di ricerca animale, è molto differente dalla nostra. Inoltre, come ha commentato alla CNN Delcianna Winders, direttrice dell’Animal Law and Policy Institution della Vermont Law&Graduate School, «Dobbiamo essere molto chiari: i NHI affermano che si stanno allontanando dalla sperimentazione animale, ma stanno anche continuando a finanziare miliardi e miliardi di dollari per questo tipo di ricerca, incluse sette strutture per primati in tutti gli Stati Uniti». E, aggiunge, i 150 milioni di dollari previsti per lo sviluppo di NAMs sono meno dell’1% di quanto vengano investiti ogni anni dai NHI per ricerche che coinvolgono gli animali (d’altro canto, comunque, il portavoce dei NHI afferma che questo investimento riflette un più ampio cambio di approccio per una ricerca più human-based).
Una questione più politica che scientifica
È evidente che le recenti decisioni statunitensi sulla sperimentazione animale sono il risultato di un movimento anche più vasto dell’amministrazione Trump e della sua attenzione per i diritti degli animali. Lo evidenzia bene anche la giornalista Sheryl Gail Stolberg in un articolo del New York Times: «Dopo decenni in cui è stata liquidata da molti conservatori come un progetto della sinistra politica, la causa dei diritti degli animali viene ora accolta da figure di spicco del movimento “Make America Great Again” del presidente Trump, sebbene in un modo che si inserisce nel loro approccio anti-governativo e favorevole al consumo di carne».
Insomma, la spinta all’abbandono della sperimentazione animale nasce in un contesto complesso e fatto di molte realtà. «È una spinta più che condivisibile dal punto di vista etico: non dover più usare gli animali per la ricerca è un obiettivo comune, che non può essere raggiunto senza sforzi e impegni per tutte le parti – compresa la spinta e il supporto di metodi alternativi», commenta Giuliano Grignaschi, portavoce di Research4Life. «Ma il problema si pone nel momento in cui, come in questo caso, la base sembra essere ideologica e politica ma non tiene in considerazione la realtà scientifica e l’importanza del garantire la sicurezza».
