Nell’Unione europea, la stragrande maggioranza dei primati usati in ricerca è importata da Africa e Asia, con i limiti che ne conseguono in termini di benessere animale e tracciabilità degli allevamenti. Ridurre questa dipendenza e sviluppare allevamenti interni si rivela però molto più difficile del previsto
La normativa europea impone che i primati usati nella ricerca provengano da allevamenti, o colonie autosufficienti, per evitare il prelievo in natura e garantire migliori condizioni di benessere e tracciabilità. L’UE continua però a dipendere quasi totalmente da importazioni di animali allevati in Africa e Asia. Ciò comporta non solo un maggior stress legato al trasporto per gli animali ma anche meno possibilità di controllo sull’allevamento. Allo stesso tempo, sembra essere tutt’altro che facile incrementare gli allevamenti sul territorio europeo: diamo un quadro sintetico della questione.
I primati nella Direttiva europea
La Direttiva europea 2010/63/EU è il riferimento per le leggi nazionali degli stati membri sulla tutela degli animali usati a fini scientifici. In modo rigoroso e dettagliato, aggiornandosi regolarmente in base alle più recenti evidenze scientifiche, indica non solo i criteri secondo cui si possono usare gli animali, ma anche i principi di riferimento su cui si deve fondare la ricerca scientifica quando il loro utilizzo è inevitabile.
I primati non umani godono di un occhio di particolare riguardo all’interno della Direttiva. Per esempio, non possono essere usati per alcuni degli scopi previsti per altre specie, come l’alta formazione professionale (art. 8). Né, se la procedura sperimentale prevede l’utilizzo di primati, è possibile approvarla con procedure amministrative semplificate (art. 42). La marcata attenzione ai primati nell’ambito della sperimentazione animale è motivata dalla loro vicinanza con la nostra specie, le abilità socio-cognitive altamente sviluppate, e non da ultimo dai rischi per la conservazione delle specie che porrebbe l’eventuale prelievo in natura. Infatti, l’articolo 10 della Direttiva prevede che «Gli Stati membri assicurano che i primati non umani elencati nello stesso allegato possano essere utilizzati nelle procedure solo se discendono da primati non umani allevati in cattività o provengono da colonie autosufficienti».
Tradotto, per evitare i prelievi in natura, i primati eventualmente utilizzati devono nascere e crescere in sistemi di allevamento (cioè discendere da animali già allevati in cattività) oppure appartenere a colonie autosufficienti, che mantengono la propria popolazione riproducendosi internamente, senza introdurre nuovi esemplari prelevati allo stato selvatico. L’idea è limitare invece l’uso di animali cosiddetti “F1”, o di prima generazione, cioè nati da genitori prelevati in natura.
Il paradosso delle importazioni
In diversi documenti della Commissione europea e di organismi scientifici si riconosce che sviluppare capacità di allevamento all’interno dell’UE sarebbe preferibile per motivi di benessere animale, tracciabilità e sicurezza dell’approvvigionamento. Eppure, per pochi che siano sul totale degli animali i primati usati in UE, la grande maggioranza proviene dall’Asia e, soprattutto negli ultimi anni, dall’Africa. Come avevamo riportato qui, per esempio, nel 2022 (anno per il quale abbiamo a disposizione i dati più recenti), solo il 12% circa dei primati proveniva da allevamenti UE, contro il 33,6% e il 50,7% provenienti rispettivamente da Asia e Africa. Sono quote essenzialmente stabili dal 2018. Ma da cosa dipendono?
Perché la maggioranza dei primati non umani usati a fini scientifici oggi provenga dall’Africa è presto detto. Fino a qualche anno fa, la quota di primati provenienti dall’Asia era del 45% circa; nel 2020 si è registrato un rapido calo delle importazioni dall’Asia, che è rimasto tale fino a oggi. La ragione originaria di questo fenomeno è riconducibile al divieto di esportazione imposto in Cina a seguito della pandemia di COVID-19, il cui effetto non si limita solo all’aumento delle importazioni dall’Africa.
Una pressione scientifica e geopolitica
«Il divieto di esportazione ha messo sotto forte pressione l’offerta globale di primati. L’impatto si è fatto sentire negli Stati Uniti, nell’UE e nel Regno Unito, con prezzi più che raddoppiati e alcuni programmi di ricerca ritardati o abbandonati del tutto», spiega Monique Sundin, Policy&Project Officer della European Animal Research Association (EARA). «Questa carenza ha sollevato serie preoccupazioni strategiche: mentre Stati Uniti, Cina ed Europa competono per lo stesso bacino limitato di animali da ricerca, la disponibilità di primati è diventata non solo una questione scientifica ma anche geopolitica. L’industria farmaceutica nazionale cinese continua a beneficiare di un accesso illimitato alle proprie popolazioni di primati, potenzialmente ottenendo un vantaggio competitivo nello sviluppo di farmaci, mentre ricercatori e ricercatrici in altri Paesi affrontano vincoli crescenti».
Inoltre, «L’UE condivide le forniture con gli Stati Uniti, che importano anch’essi gran parte dei primati da Africa e Asia. Ma, poiché i loro requisiti sono meno vincolanti (non è richiesto che gli animali siano di seconda generazione), ci troviamo in svantaggio, e lo saremmo ancora di più se l’offerta diventasse più scarsa», spiega Kirk Leech, direttore esecutivo di EARA. «Tanto più che gli Stati Uniti stanno facendo ciò che ritengono necessario per controllare l’offerta: per esempio, i Charles River Laboratories, uno dei principali fornitori globali di animali per la ricerca, hanno acquisito un fornitore cambogiano di primati».
Ma allevare i primati in UE è difficile e spesso contrastato
La risposta logica, e in linea con quanto auspicato dall’Unione europea, sarebbe incrementare l’allevamento di primati in Europa – una strategia che, oltre ad aiutare a rispondere alle necessità della ricerca, favorirebbe i controlli sull’allevamento. Tuttavia, i dati evidenziano quanto gli allevamenti europei siano al momento lontani dal rispondere a questa necessità, dal momento che sono in grado di fornire solo poco più del 10% dei primati necessari. E la possibilità di rafforzare gli allevamenti europei attuali sembra limitata. Nei Paesi Bassi, per esempio, il Parlamento ha di recente deciso di ridurre in modo sostanziale i finanziamenti per il Biomedical Primate Research Centre (BPRC) ed eliminarli entro il 2023 (nel 2026 è previsto un taglio del 40% dei finanziamenti, da aumentare del 20% ogni anno). «Il BPRC è autosufficiente nella fornitura di primati, quindi mentre altri istituti di ricerca non perderanno la loro fornitura (perché extra-UE), i Paesi Bassi e l’Europa perdono capacità di allevamento (a meno che il BPRC non trovi finanziamenti alternativi, nei quali non sia limitato dal governo)», spiega ancora Leech.
Intanto, in Francia, che rappresenta lo Stato membro che più usa primati, si sta discutendo la possibilità di realizzare una struttura centrale di allevamento che, spiega ancora Leech, «Dovrebbe triplicare le capacità di allevamento del CNRS [il centro di ricerche nazionale]». Il progetto non è comunque esente da critiche e ostacoli, come la lettera firmata da un gruppo trasversale ai partiti di nove deputati al Parlamento europeo inviata alle autorità governative francesi. Secondo gli oppositori, la struttura di allevamento sarebbe in contrasto con gli obiettivi europei di ridurre la sperimentazione animale a favore di metodi alternativi.
Inoltre, come aggiunge Sundin, «Una struttura di allevamento in grado di soddisfare il fabbisogno dell’UE dovrebbe essere sostenuta da più di uno Stato membro e avrebbe bisogno del sostegno della Commissione, e non è chiaro se ciò sia realistico. Avviare una colonia che produca generazioni F2 richiederebbe probabilmente più di sette anni».
Il problema, come abbiamo sostenuto più volte, è che se il termine dell’uso di animali per la ricerca è un obiettivo condiviso anche dalla comunità scientifica, in molti casi è tutt’oggi impossibile. E, al contempo, decisioni che possono portare a un rallentamento più che significativo di molti campi di ricerca devono essere ragionate e basate sulle evidenze – senza che ciò contrasti in alcun modo con l’obiettivo di arrivare a una ricerca senza animali. «Una certa quota di ricerca animale sarà ancora necessaria e, finché sarà così, tutte le 3R che guidano la ricerca necessitano di pari attenzione. L’ordine canonico con cui sono presentate – sostituzione, riduzione, perfezionamento – è spesso confuso con una forma gerarchica, nella quale la sostituzione degli animali merita più sforzi e attenzione rispetto agli altri principi», conclude Leech. «Ma questo non è corretto, né lo sarà finché non potremo sostituire tutta la ricerca animale. E il modo migliore per perfezionare la ricerca sui primati non umani è avere l’allevamento qui, nell’UE, dove possiamo controllarlo».
