Dopo mesi di dibattito, il governo olandese ha confermato i finanziamenti alla ricerca sui primati, aumentando al contempo le risorse destinate allo sviluppo di metodi alternativi. Una decisione che tiene insieme necessità scientifiche, benessere animale e anche autonomia strategica
I primati rappresentano una percentuale molto limitata degli animali usati per la sperimentazione nell’Unione europea e il loro utilizzo è regolamentato in modo particolarmente attento. Tra le altre cose, la Direttiva 2010/63/EU per la protezione degli animali usati a fini scientifici prevede e incoraggia l’uso di primati nati in sistemi di allevamento o provenienti da colonie autosufficienti, con l’obiettivo di evitare i prelievi in natura, deleteri per il benessere degli animali e, per alcune specie, anche per la loro conservazione. Come avevamo approfondito qui, però, si assiste a un paradosso: la stragrande maggioranza dei primati (per esigui che siano i numero se confrontati a quelli di altre specie) proviene da allevamenti africani o asiatici, un aspetto che limita le possibilità di controlli sia sulla provenienza reale sia sulle condizioni di allevamento. Parte del problema è rappresentata dalla difficoltà di rafforzare gli allevamenti di primati nell’Unione europea.
Un esempio di tale difficoltà è stato illustrato dalla decisione del Parlamento olandese, nel luglio dello scorso anno, di ridurre in modo progressivo ma significativo i finanziamenti della ricerca sui primati. Le forti critiche della comunità scientifica hanno aperto un dibattito che ha permesso di rivedere tale decisione, garantendo la possibilità di continuare le attività di ricerca – senza per questo rinunciare a investire in metodi alternativi che consentano di ridurre sempre più l’uso di animali. Ripercorriamo la vicenda.
Il BPRC e il primo taglio ai finanziamenti
Il Biomedical Primate Research Centre (BPRC) è un centro di ricerca biomedica dei Paesi Bassi specializzato nella ricerca che coinvolge primati non umani: si occupa, per esempio, dello studio di malattie infettive, disturbi neurologici, malattie immunologiche e sviluppo di nuovi trattamenti e vaccini, tutti ambiti nei quali i primati possono spesso avere tutt’oggi un ruolo di primaria importanza. Dispone inoltre di una propria colonia di primati allevati per la ricerca, una delle poche europee, che permette di limitare l’importazione di animali da Paesi terzi e di mantenere standard controllati sia dal punto di vista scientifico sia da quello del benessere animale.
Ciò non significa che le attività di ricerca portate avanti riguardino solo i primati: anzi, attualmente il 17% del finanziamento pubblico annuale del centro è destinato alla ricerca senza animali.
Nel 2025, un emendamento (approvato con una risicata maggioranza di 76 voti contro 74) ha stabilito che una quota crescente del finanziamento pubblico destinato al BPRC dovesse essere vincolata esclusivamente alla ricerca con metodi senza animali. Il meccanismo avrebbe comportato, a partire dal 2026, una riduzione di circa il 20% all’anno delle risorse disponibili per la ricerca sui primati, fino alla completa eliminazione del finanziamento pubblico a questo tipo di ricerca entro il 2030.
La decisione ha suscitato da subito forti critiche da parte della comunità scientifica: l’emendamento non teneva sufficientemente conto della fattibilità dal punto di vista scientifico e dei tempi necessari per sostituire l’impiego dei primati in determinati settori della ricerca biomedica. Ma il problema non era legato solo alla decisione in sé: «Le modalità con cui questo emendamento è stato presentato e approvato sollevano serie preoccupazioni, non solo per il suo impatto sulla ricerca sui primati e sul benessere animale, ma anche per quanto riguarda l’integrità del processo politico. Questo aumento imposto dei finanziamenti destinati esclusivamente alla sostituzione dell’uso degli animali, che esclude invece il perfezionamento delle procedure e la riduzione del numeri di animali utilizzati, avrà come prima conseguenza un peggioramento del benessere animale», aveva commentato la European Animal Research Association (EARA), che ha seguito con grande attenzione la vicenda nel corso dei mesi.
Il Parlamento torna sui suoi passi
Le critiche sono state recepite anche dal mondo politico. Così, a marzo di quest’anno è stato presentato un nuovo emendamento per eliminare il vincolo introdotto nel 2025, approvato dalla maggioranza dei deputati.
Il nuovo emendamento ha di fatto revocato il percorso che avrebbe portato al completo definanziamento pubblico della ricerca sui primati entro il 2030, ma ha anche portato alla creazione di una situazione ambigua. Infatti, il governo olandese si trovava davanti due indicazioni parlamentari: il primo emendamento che chiedeva di trasferire progressivamente tutti i finanziamenti verso la ricerca senza animali; il secondo che chiedeva invece di annullare tale vincolo e di lasciare al BPRC la possibilità di utilizzare le risorse in funzione delle necessità scientifiche e della disponibilità di metodi alternativi adeguati.
La decisione del governo: coesistenza di ricerca animale e sui metodi alternativi
Ora, il governo ha chiarito la linea da seguire. In una lettera al Parlamento olandese pubblicata a inizio luglio, la ministra dell’Istruzione, della Cultura e della Scienza, anche a nome del Ministero della Salute, conferma che il governo darà seguito all’emendamento del marzo 2026. Il finanziamento pubblico della ricerca sui primati al BPRC potrà quindi continuare nell’ambito dell’accordo di sovvenzione esistente. Le motivazioni riuniscono aspetti di fattibilità scientifica, benessere animale e anche considerazioni geopolitiche. La lettera rimarca infatti l’impossibilità di rinunciare del tutto all’uso di primati in alcuni settori della ricerca senza compromettere i risultati scientifici e ribadisce la preferenza per l’utilizzo di primati allevati presso il centro olandese rispetto all’importazione da Paesi terzi per gli standard di benessere animale garantiti dal BPRC. Al contempo, ricorda che mantenere competenze, infrastrutture e capacità nazionale nel campo della ricerca sui primati è considerato importante anche alla luce dell’attuale situazione internazionale.
Questo senza rinunciare allo sviluppo di metodi alternativi. Sarà infatti anche aumentata la quota del finanziamento del BPRC destinata alla ricerca senza animali: dall’attuale 17% della sovvenzione annuale si passerà progressivamente al 30% entro il 2030. Una strategia di coesistenza, insomma, che sostituisce al phase-out imposto attraverso il taglio dei finanziamenti un approccio nel quale l’impiego degli animali resta possibile quando scientificamente necessario, mentre aumentano gli investimenti nello sviluppo di metodologie alternative. La stessa strategia che, come abbiamo raccontato qui, guida anche la nuova roadmap europea per la sicurezza delle sostanze chimiche.
