Roberto Caminiti*

Un vaccino contro il coronavirus (COVID-19) sarà sviluppato con l’inevitabile sacrificio di numerosi animali nei vari laboratori nazionali ed internazionali che lavorano su questo complesso problema. Nessuno lo dice, ma allo stesso tempo il Ministro della Salute Speranza loda gli sforzi della ricerca e degli operatori sanitari, soprattutto in un momento di preoccupazione crescente, visto che siamo il Paese europeo con più casi riscontrati. Eppure, sulla ricerca fondamentale e biomedica, il mondo animalista non esita a prendere posizione contro la sperimentazione animale. Come commenta allora la Lega Anti Vivisezione (LAV) lo sviluppo di un vaccino contro il coronavirus? E come lo commenta il Governo che, salvo posizioni personali e politicamente trasversali fra i partiti, opera per limitare la sperimentazione animale su altri e delicatissimi fronti di ricerca proprio mentre si impegna a contrastare l’epidemia di COVID-19? E’ di questi giorni infatti l’inspiegabile proroga di un solo anno della moratoria che riguarda il divieto in Italia di fare ricerca su xenotrapianti e sostanze d’abuso utilizzando modelli animali, come ancora stabilito dalla legge italiana (DL 26/2014) in palese violazione di quella EU (art. 2, Direttiva EU 63/2010).

Questa coincidenza è solo uno degli esempi registrati nell’ultimo anno, non solo in Italia, da cui emerge la doppia morale di politici, animalisti, e di vasti settori dell’informazione. Si tratta di una doppia morale caratterizzata dal rifiuto di un confronto serrato con la comunità degli scienziati, tranne in casi eccezionali, a cui si aggiunge la superficialità che ha per esempio caratterizzato il recente pronunciamento del Consiglio di Stato (CdS) sull’autorizzazione al Progetto LightUp delle Università di Torino e Parma.

La richiesta della LAV al Ministero della Salute di bloccare il progetto LightUp sulla “visione cieca”, diretto dai Prof. Marco Tamietto e Luca Bonini, e finanziato dall’European Research Council (ERC), è solo il primo di questi casi.  A seguire, in uno scenario più vasto, vi è il tentativo dell’associazione animalista americana PETA (People for the Ethical Treatment of Animals) di impedire la pubblicazione sulle principali riviste scientifiche internazionali di articoli provenienti da ricercatori affiliati ad istituti ed enti di ricerca cinesi, a causa di un presunto basso livello di eticità e di controllo sul benessere degli animali utilizzati per la sperimentazione (“ethical dumping”) in quel paese. Questa mossa usa come pretesto la comunicazione del Prof. Nikos Logothethis di abbandonare il Max-Planck Institut for Biological Kybernetics di Tubingen (MPBioCyb), e spostare la sua ricerca su primati non umani (scimmie) in Cina, a casa delle minacce di morte e delle violenze da parte degli animalisti che ha dovuto subire negli ultimi cinque anni.  

Ma andiamo con ordine. Nel giugno 2019 la Lega Antivivisezione (LAV) lancia su Change.org una petizione popolare con obiettivo la revoca dell’autorizzazione del Ministero della Salute al progetto LightUp sulla “visione cieca” dopo lesioni della corteccia visiva. Lo scopo del progetto è comprendere, nella scimmia, i meccanismi che sottendono queste residue capacità nell’Uomo e sfruttarli per favorire un recupero della vista che consenta una buona autonomia a chi la ha persa. La straordinaria somiglianza della organizzazione del sistema visivo dell’Uomo e del macaco rende il progetto di grande interesse non solo per la ricerca fondamentale, ma anche per quella translazionale. Il progetto, dopo aver superato tutti i criteri etici e scientifici che le leggi EU ed italiane richiedono, è beneficiario di un prestigioso finanziamento ERC.

E’ la prima volta che un’iniziativa che mira a bloccare un progetto approvato viene presa contro la ricerca di base ed i ricercatori in Italia. La LAV lo fa quando l’allora Ministro della Salute Giulia Grillo, dopo aver inizialmente negato l’accesso agli atti relativi al progetto, inspiegabilmente (ma il Governo vacilla e si intravvedono nuove elezioni all’orizzonte…) e violando l’art. 34 del DL 26/2014, che tutela le informazioni sensibili (1), consegna alla LAV non solo il progetto nella sua interezza, ma anche i nomi dei revisori dello stesso e dei ricercatori coinvolti, come riportato da Science e ripreso con maggiori dettagli da Repubblica (28 agosto 2019) (2). Così facendo il Ministro viola il doppio patto fiduciario con il Consiglio Superiore di Sanità (CSS), da lei nominato e che quel progetto ha esaminato ed approvato, e con i ricercatori delle Università statali, che oltre alla didattica hanno come compito istituzionale la ricerca, grazie a fondi nazionali ed internazionali.

Le minacce di morte nei confronti del Prof. Tamietto, da allora sotto scorta, sono fatti noti (3), trattati estesamente dalla carta stampata, e la solidarietà internazionale nei confronti suoi e del Prof. Bonini vasta e qualificata (4), ma non notata da una strabica RAI TV filogovernativa, che tratta questi argomenti usando ancora termini impropri quali “vivisezione”, o dando voce a chi sostiene che quella ricerca è inutile in quanto il sistema visivo del macaco e quello dell’Uomo sono completamente diversi, un vergognoso esempio di ignoranza, a dimostrazione dell’imbarazzante livello di cultura scientifica che regna in quegli studi.

Il secondo aspetto di novità di questa vicenda è che, forte di questa regalia elettorale del Ministro Giulia Grillo, la LAV intraprende la via giudiziaria e nell’agosto 2019 presenta ricorso al Tar del Lazio chiedendo la revoca dell’autorizzazione concessa dal Ministero della Salute e, nelle more del giudizio di merito, la sospensiva del progetto, che viene negata dal TAR. (5). La LAV ricorre al Consiglio di Stato che, con una sorprendente ordinanza (6) sospende in via cautelativa la sperimentazione del progetto Light-Up, ed impone al Ministero della Salute di dimostrare che non esistono metodi alternativi all’uso delle scimmie, ribaltando così l’onere della prova, che spettava alla LAV presentare. Questa ordinanza è un vero paradosso giuridico e logico, poiché ignora che le autorizzazioni alla sperimentazione animale vengono concesse dal Ministero della Salute ed i finanziamenti ERC erogati solo dopo attenta verifica che altri modelli animali o metodi alternativi al loro uso non sono praticabili.

Inoltre, nell’affermare che le sofferenze imposte agli animali devono essere ridotte entro “rigorosi parametri fisiologici”, un vero ossimoro, l’ordinanza ignora che nella richiesta di autorizzazione il ricercatore ha l’obbligo di indicare, in una scala di severità crescente (non risveglio, lieve, moderata, grave), il livello previsto di sofferenza (costo) che le procedure comportano e che alla valutazione critica di questa indicazione e del rapporto costo/beneficio è subordinato il rilascio dell’autorizzazione. Ciò significa che sia la Direttiva EU 63/2010, che il DL 26/2014 consentono procedure che comportano sofferenze classificabili che, quindi, non possono essere contenute entro limiti fisiologici, poiché la fisiologia è, per definizione, assenza di sofferenza.

Il TAR si esprimerà a fine aprile, e ci auguriamo che cancelli questa sorprendente ordinanza del CdS su un progetto di grande interesse transnazionale, che mostra quanta poca sia in quei palazzi la comprensione dell’operare della scienza e dei limiti che ne confinano l’agire entro ambiti etici e giuridici riconosciuti a livello internazionale. Ai giudici del CdS ci permettiamo di suggerire la lettura del bellissimo ed inquietante libro di John H. Hall, “Il dono oscuro” (Adelphi), che mostra quanto drammatico sia per la personalità umana sprofondare negli abissi della cecità, e quanto importante sia accendere una luce (LightUp) su questi argomenti.

Ancora una volta, la ricerca scientifica è ostacolata da una giustizia che ricorda i tempi bui dei casi Di Bella e Vannoni, quando gli ospedali pubblici vennero obbligati, da sentenze di vari tribunali e preture, a somministrate intrugli inefficaci e dannosi, anche sotto l’impulso (nel caso Vannoni) del generoso finanziamento concesso dal Parlamento (Ministro della Salute Balduzzi) per lo studio dell’efficacia di una terapia delle malattie neurodegenerative che, come gli scienziati dissero, inascoltati, non aveva alcun fondamento scientifico e clinico.

L’incomprensione della sperimentazione animale è a volte osservabile anche all’interno di prestigiose società scientifiche internazionali, come la Max Planck Society (MPS) in Germania, il cui direttore, prima del pronunciamento di un giudice, blocca la ricerca sulle scimmie e rimuove dal ruolo di direttore e docente del MPBioCyb il Prof. Nikos Logotethis, a seguito della messa in rete di immagini girate nel suo laboratorio da un militante animalista sotto copertura, e la conseguente ed ormai canonica accusa di crudeltà contro gli animali. A nulla vale la protesta di oltre 5000 scienziati, inclusi diversi premi Nobel, che conoscono bene il rigore scientifico e metodologico di quel laboratorio. La sentenza sull’accusa di crudeltà e maltrattamento degli animali arriverà (7), e sarà del tutto assolutoria.  La MPS sarà obbligata a riconferire a Logothetis tutte le sue funzioni (8). In questo caso è la MPS che, per pura immagine politica e timore di danno economico, abbandona uno dei suoi ricercatori di punta, nel momento in cui, invece, avrebbe dovuto difenderlo con forza, ricevendo anche le critiche di molti suoi ricercatori di altri laboratori (9). In questo caso è stato violato il rapporto fiduciario implicito che deve esistere tra istituzione e ricercatore (10).

Come i prof. Tamietto e Bonini in Italia, negli ultimi cinque anni il prof. Logothetis e la sua famiglia sono stati oggetto di violenti attacchi e minacce di morte, che hanno coinvolto anche il figlioletto, accusato dai compagni di classe di avere un padre “massacratore di animali”. Nonostante l’assoluzione, la sfiducia maturata verso la propria istituzione, quella a cui aveva dedicato oltre un ventennio di lavoro di straordinario successo, ed il clima sociale insopportabile portano Logothetis ad abbandonare il MPBioCyb, assieme a venti ricercatori, per assumere la co-direzione della ricerca su primati non umani all’International Center for Primate Brain Research (ICPBR) dell’Accademia cinese delle Scienze di Shanghai (11).

Ma la storia non finisce qui, poiché a febbraio 2020 il Chief Editor di Journal of Neurophysiology, prestigiosa rivista dell’American Physiological Society, riceve una lettera da parte di una militante di PETA, con la richiesta di non pubblicare futuri articoli di Logothetis e del suo gruppo provenienti da laboratori cinesi, a causa dei bassi standard etici che regolerebbero la sperimentazione animale in quel paese (“ethical dumping”). Si assiste, in questo caso, ad un salto di qualità nella campagna di PETA, che tende a bloccare la sperimentazione animale ed il suo sviluppo al di fuori dell’Occidente, una mossa di stampo neocolonialista, che riporterebbe la medicina nei paesi asiatici ed africani in via di sviluppo a livelli ottocenteschi, con le conseguenze che si possono immaginare. Questa richiesta ha suscitato, oltre al naturale rifiuto del direttore della rivista, un’immediata reazione del mondo scientifico, ben descritta da Speaking of Research (12).

L’intransigenza e l’assenza di ogni etica da parte di PETA è nota e ben rappresentata dalle parole della sua fondatrice e presidentessa Ingrid Newkirk: “Anche se bastasse il sacrificio di un solo topo per trovare la cura per l’AIDS, noi saremmo contrari” (13), e continua “Non vi è alcuna base razionale per dire che l’essere umano abbia diritti speciali. Un ratto è un maiale, è un cane, è un bambino, sono tutti uguali”. Quindi, per PETA i diritti degli animali sono importanti quanto quelli degli uomini, posizione del resto comune a tutte le associazioni animaliste. Ha, la LAV, qualcosa da dire in merito?

Si capisce quali sarebbero le conseguenze se simili e mostruosi principi guidassero l’azione contro la diffusione della malattia da coronavirus in Cina e nel mondo, impedendo la necessaria fase di sperimentazione sugli animali, prima dei test sull’Uomo. Ripetiamo la domanda: ha, la LAV, qualcosa da dire in merito?

Questo ci porta direttamente alla doppia etica dei nostri politici e governanti che, mentre impegnati a prevenire con tutti i mezzi la diffusione della COVID-19 in Italia e a congratularsi con i ricercatori e medici che lottano in prima linea, cosa da condividere, nascondono una banale, ma per loro indigesta verità: l’inevitabile sacrificio di migliaia di animali in Italia e nel mondo. Negli stessi giorni invece il Governo opera per limitare la sperimentazione animale su altri e delicatissimi temi nel nostro Paese.  Dire scomode verità, evidentemente, non porta consenso e voti, soprattutto all’innaturale alleanza degli opposti estremismi LEU/5Stelle. E’ quest’alleanza, infatti, che invece di abolire l’articolo (n. 5, comma 2, lettere d, e) del DL. 26/2014, che impedisce l’uso degli animali per la ricerca su xenotrapianti e sostanze d’abuso, risparmiando così all’Italia anche una costosissima procedura di infrazione EU, con il Decreto Milleproroghe, appena approvato alla Camera, proroga la moratoria sul divieto di un solo anno, laddove queste cruciali ricerche richiedono progetti di largo respiro. Evidentemente non sanno, i Deputati della Repubblica, quante siano in Italia le sindromi da astinenza neonatale, causa la tossicodipendenza della madre (14), e quali siano in adolescenza i gravi disturbi cognitivi che ne conseguono, a causa delle cure a base di metadone, fenobarbitale o benzodiazepine, a seconda del tipo di intossicazione materna. Per non parlare del colpo durissimo inferto alla ricerca sui trapianti d’organo, specie in un Paese dove la medicina preventiva langue per sottofinanziamento ed il trapianto d’organo rimane spesso l’unica e complessa possibilità di salvezza. Il Senato ha modo di correggere questo errore, ma dubitiamo che lo farà.

Queste vicende confermano una drammatica verità: la politica italiana evita un dialogo serrato con la comunità scientifica, per favorire la ricerca di facili consensi, da cui l’ammiccare all’oscurantismo no-vax (5Stelle), a stregoni dell’ultima ora (caso Balduzzi-Vannoni) o alle sirene animaliste (casi Grillo-LAV su progetto LightUP, e Speranza/LEU su Milleproroghe) ed al miraggio di un’isola che non c’è, quella dei metodi alternativi intesi non come complemento, ma sostituzione totale del modello animale.  Questo atteggiamento relega la ricerca a occasionale fornitrice di pareri, e quindi nel ghetto dell’irrilevanza sociale, e la tossicodipendenza nella sfera dei vizi privati, rivelando la doppia morale di una classe “dirigente” che gran parte della comunità scientifica e del Paese non riconosce più come tale, poiché il rifiuto di un dialogo continuo con la scienza moderna, con la sua complessità ed anche con i dilemmi etici che essa pone non consente l’affermarsi di un agire condiviso che sia fondato sullo studio, la ricerca e la competenza, cioè sulla cultura scientifica, da cui il dilagare di ignoranza ed intolleranza, ideali terreni di cultura di tutti i populismi.

*Neurofisiologo, Professore ordinario di Fisiologia, Università di Roma SAPIENZA fino al 2018.

1999-2001: Member, Board of Scientists, Human Frontiers Science Program Organization.

2008-2010: Chair, Program of the European Neuroscience Schools of the Federation of the European Neuroscience Societies (FENS)- International Brain Research Organization (IBRO) –Society for Neuroscience (SfN)

2010-2014: Chair, FENS Committee on Animals in Research (FENS CARE).

2016-2019: Member, Public Education and Communication Committee (PECC), Society for Neuroscience, USA.

Ringraziamenti: Un grazie a Simona Poidomani  per la lettura critica di questo testo.

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