Negli Stati Uniti, la protezione degli animali da laboratorio si basa su una struttura normativa più frammentata rispetto all’Unione europea. L’Animal Welfare Act stabilisce gli standard minimi di benessere, ma alcune specie, come topi, ratti e pesci, sono escluse dalla tutela. L’approccio europeo, invece, garantisce una protezione più uniforme e dettagliata

Abbiamo più volte citato e, per molti aspetti, approfondito i punti principali della Direttiva 2010/63/EU per la protezione degli animali usati a fini scientifici. Per l’Unione europea, rappresenta la normativa di riferimento per tutelare gli animali da laboratorio, sia dal punto di vista fisico sia da quello psicologico.
In queste occasioni abbiamo anche spesso affermato che si tratta di una normativa molto avanzata e completa. E, in effetti, cosa succede in altre aree del mondo? Oggi facciamo una breve panoramica di confronto con la normativa statunitense, per capire alcune delle differenze sostanziali rispetto alle tutele previste in UE.

L’Animal Welfare Act

Una prima differenza sostanziale tra US e UE è nella struttura normativa. Negli Stati Uniti, infatti, non esiste un’unica normativa di riferimento. La principale, comunque, è rappresentata dall’Animal Welfare Act, la legge federale che impone gli standard minimi di benessere per gli animali da laboratorio in termini, per esempio, di alloggiamento, nutrimento e cure veterinarie. Non è una legge recente, anzi, ha una storia molto più lunga della sua “omologa” europea: è entrata infatti in vigore nel 1966, anche se da allora è stata aggiornata più volte.

Una delle differenze più sostanziali rispetto alla direttiva EU non è però nell’età, bensì nel contenuto. Infatti, l’Animal Welfare Act non riguarda solo gli animali da laboratorio, ma ogni animale tenuto per esempio da compagnia o usato negli spettacoli. Non meno importante, mentre la normativa europea tutela tutti i vertebrati e alcuni invertebrati (nello specifico i cefalopodi), la legge statunitense esclude non solo gli uccelli, gli animali da reddito e le specie ectoterme (come pesci, rettili e anfibi) ma anche i ratti e i topi, cioè proprio le specie più usate nella ricerca scientifica.

Chi colma (in parte) le lacune

Tuttavia, parte di queste lacune è colmata dalla PHS Policy on Humane Care and Use of Laboratory Animals, cui gli enti di ricerca devono obbligatoriamente aderire per ricevere fondi federali. Non è quindi una legge dal punto di vista tecnico, ma se non rispettata determina la perdita dei fondi: il suo rispetto è quindi fondamentale per gli enti che lavorano su finanziamenti federali.

La PHS Policy si applica a tutti i vertebrati e richiede conformità sia all’Animal Welfare Act sia alla Guide for the Care and Use of Laboratory Animals, giunta nel 2011 all’ottava edizione e guidata, come la direttiva europea, dal principio delle 3R. Neanche questa guida rappresenta una legge, ma è il principale riferimento tecnico statunitense nel definire standard dettagliati per stabulazione (compresi gli aspetti legati per esempio all’arricchimento ambientale), gestione delle diverse gravità delle procedure e così via.

I controlli etici

Inoltre, come nell’UE, anche negli Stati Uniti vi è un elemento funzionale centrale per garantire la tutela degli animali da laboratorio. In analogia ai nostri comitati etici, l’Institutional Animal Care and Use Committee (IACUC) può approvare oppure respingere i protocolli sperimentali che richiedono l’uso di animali, valutare i livelli di dolore e sofferenza nonché la possibilità di usare metodi alternativi, si occupa dell’ispezione delle strutture che ospitano gli animali e, in generale, supervisiona la ricerca animale.

Il ruolo di questa commissione è, appunto, centrale: senza la sua approvazione, infatti, la ricerca risulta non finanziabile se non, a seconda dei casi, proprio illegale. La sua presenza è obbligatoria: la commissione deve essere istituita da tutte le strutture che utilizzano animali da laboratorio per scopi scientifici, didattici o di ricerca. Inoltre, sempre in analogia con quanto avviene in UE, prevede figure differenti: veterinari esperti in animali da laboratori, ricercatori che abbiano esperienza nel campo della sperimentazione animale, membri non scientifici che forniscano una visione esterna, e un membro esterno non affiliato all’istituzione per garantire non vi siano conflitti d’interesse.

Un sistema più frammentato e standard meno avanzati

Da questa panoramica, per quanto generale e sintetica, emergono alcune differenze importanti tra UE e Stati Uniti quando si parla di tutela degli animali usati a fini scientifici. La principale è l’uniformità che caratterizza l’UE, che ha un quadro unico armonizzato per tutti gli Stati membri, anche in termini di norme e standard. Questo aspetto favorisce una maggior trasparenza (evidenziata anche dalle pubblicazioni periodiche e regolari dei dati relativi all’uso degli animali nell’Unione europea), un controllo centrale e un maggior coordinamento tra le autorità di sorveglianza.

Negli Stati Uniti, invece, l’insieme di leggi e politiche federali, su cui si possono impiantare regolamenti locali che variano da uno Stato all’altro, conferiscono una struttura normativa meno uniforme. Inevitabilmente, questo può portare a disparità nella protezione degli animali nelle diverse regioni. Inoltre, il quadro US prevede globalmente una minor tutela per alcuni animali, tra cui topi, ratti, uccelli e pesci, che non sono coperti dall’Animal Welfare Act: le condizioni di vita per questi animali sono quindi generalmente meno controllate e standardizzate. Ancora, la direttiva europea prevede misure stringenti per la riduzione di dolore e sofferenza, laddove l’Animal Welfare Act è meno specifico e rigoroso.

Ancora, è importante evidenziare che lo IUCAC è un organismo interno analogo all’europeo Animal Welfare Body (o meglio all’italiano OPBA). Non esiste però un controllo a livello di autorità competenti che valuti e approvi definitivamente i progetti (come avviene da noi con gli ulteriori passaggi di valutazione da parte del Ministero della Salute).

C’è anche un altro aspetto da considerare, sebbene non emerga da questo quadro sintetico. Gli standard federali minimi per la stabulazione degli animali negli US sono, almeno per quanto riguarda la legge, definiti solo dall’Animal Welfare Act: risultano piuttosto generali e lasciano una certa flessibilità nell’applicazione. Per esempio, le dimensioni delle gabbie sono generalmente più piccole rispetto agli standard europei e l’arricchimento ambientale non è sempre obbligatorio; inoltre, le condizioni di vita degli animali sono meno monitorate, così come minore rilevanza è data al loro benessere psicologico. Certo, la Guide for the Care and Use of Laboratory Animals è più dettagliata e tutelante, ma rappresenta una best practice e l’adesione alle sue indicazioni è importante soprattutto se un ente riceve fondi federali: non è vincolante a livello federale come una legge formale.

Insomma, le differenze non mancano e spiegano perché la normativa europea sia considerata molto avanzata. Certo però anche che proprio queste differenze possono suggerire un’ulteriore importante lavoro da fare per proteggere il benessere degli animali usati in ricerca: quello, auspicabilmente, di armonizzare gli approcci anche a livello globale.

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