Dopo la menopausa, l’ovaio non rimane un organo inattivo: due studi condotti sui tessuti umani e sui topi mostrano che continua a trasformarsi, diventando più fibrotico e infiammatorio. E aprono nuove domande sul suo possibile ruolo nella salute e nell’invecchiamento femminile
Fino a poco tempo fa, si tendeva a pensare che con la menopausa le ovaie avessero “concluso il loro lavoro” e il loro tessuto, sempre meno attivo, diventasse infine statico. Due ricerche pubblicate negli ultimi mesi suggeriscono però che anche dopo la menopausa l’ovaio non sia affatto un tessuto passivo. Anzi, sembra continuamente impegnato in processi di riparazione e rimodellamento, probabilmente con la capacità di influenzare i tessuti circostanti. Sono risultati che provengono sia da studi sul tessuto ovarico umano sia da indagini su quanto avviene nei topi.
Un ovaio tutt’altro che inattivo
Il primo studio è stato pubblicato come preprint (quindi non ancora sottoposto a revisione da parte di esperte ed esperti del settore) ed è guidato da ricercatrici e ricercatori del Buck Institute of Research on Aging. Ha analizzato campioni di ovaio provenienti da 28 donne tra i 50 e i 75 anni, tutte in post-menopausa. Per farlo hanno innanzitutto usato tecniche di proteomica, che permettono di misurare contemporaneamente migliaia di proteine presenti in un tessuto, così da avere indicazioni sull’attività cellulare nel tessuto osservando quali proteine aumentano o diminuiscono con l’età.
Il gruppo di ricerca ha poi confrontato i diversi gruppi di età, analizzato quali processi biologici cambiavano progressivamente e verificato alcuni risultati direttamente nel tessuto mediante immunoistochimica. È così emerso che il tessuto ovarico continua a cambiare attivamente con l’avanzare degli anni. Perde progressivamente alcune caratteristiche legate al mantenimento della struttura e dell’organizzazione cellulare, facendosi più fibrotico, e acquista invece caratteristiche associate a infiammazione, rimodellamento della matrice extracellulare, attività del sistema immunitario innato e senescenza cellulare. Per esempio, diminuisce via via la quantità di fibromodulina, una proteina coinvolta nell’organizzazione del collagene della matrice extracellulare, mentre aumenta TGM2, una proteina coinvolta nel rimodellamento e nella stabilizzazione della matrice extracellulare e associata anche a processi fibrotici.
«Questi risultati mi hanno davvero aperto gli occhi, perché se l’ovaio non facesse nulla [dopo la menopausa] ci si aspetterebbe non ci siano cambiamenti con l’età. Tutto sembrerebbe uguale. [Questo risultato] ci ha mostrato che invece qualcosa continua ad avvenire nell’organo», ha commentato a Science Francesca Duncan, co-autrice dello studio.
Cosa possono mostrare i topi sulla menopausa
Per indagare come l’ovaio si trasformi nel corso dell’invecchiamento e dopo la fine della vita riproduttiva, un contributo complementare arriva dagli studi sui topi. Le femmine di questi animali non hanno la menopausa come le donne (che anzi è stata osservata in pochissimi altri mammiferi), anche se invecchiano dal punto di vista riproduttivo, diventano progressivamente meno fertili e sviluppano alterazioni dei cicli estrali. Però permettono di seguire l’invecchiamento del tessuto ovarico nel tempo e mettere alla prova i meccanismi suggeriti dalle osservazioni sui tessuti umani.
In particolare, il gruppo di ricerca ha usato le ovaie estratte dai topi per analizzarne l’espressione genica in diverse fasi della vita e per valutarne, dal punto di vista istologico, le differenti popolazioni cellulari e i livelli di fibrosi. Alcuni degli elementi osservati erano attesi: è il caso per esempio della diminuzione dei marker associati agli ovociti, alla funzione dei follicoli e alla produzione degli ormoni steroidei. Ma è stato osservato anche qualcosa di molto meno atteso: l’ovaio post-riproduttivo perde progressivamente la propria identità di organo riproduttivo e acquisisce caratteristiche sempre più simili a quelle di un organo immunitario e infiammatorio.
Questa parte di risultati è stata pubblicata in estate e mostra come l’ovaio continui a cambiare anche dopo che il numero dei follicoli è già drasticamente diminuito. Soprattutto, le mappe di espressione dei geni legati alla riproduzione passano progressivamente da un’elevata a una bassa attività, mentre quelle relative all’immunità innata e adattativa mostrano il comportamento opposto; l’ovaio viene al contempo infiltrato da molte cellule immunitarie. Secondo il gruppo di ricerca, questi risultati suggeriscono che l’ovaio post-riproduttivo possa diventare una sorta di microambiente infiammatorio permanente (per descriverlo, usa il termine inflammaging). Come ha spiegato Duncan a Science, resta ora da capire se questi cambiamenti possano contribuire all’infiammazione cronica e alle profonde trasformazioni del sistema immunitario che accompagnano l’invecchiamento femminile.
Nel complesso, questi due studi aprono forse più domande di quanto non forniscano risposte, mostrando un tessuto in continua trasformazione e il cui ruolo potrebbe anche esplicarsi su tutto l’organismo. Al contempo, evidenziano quanto poco ancora sappiamo della biologia femminile, soprattutto dopo l’età fertile (una fase che, pure, nella donna può occupare diversi decenni di vita). I topi non sono copie in miniatura delle donne, né possono riprodurre ogni aspetto della menopausa: permettono però di seguire l’invecchiamento ovarico nel tempo e, soprattutto, di mettere alla prova i meccanismi suggeriti dagli studi sull’essere umano. È quindi dalla sinergia tra le osservazioni nei tessuti umani e la ricerca sui modelli animali che possiamo iniziare a distinguere le semplici associazioni dai rapporti di causa-effetto e, forse, comprendere meglio una fase della biologia femminile rimasta a lungo sorprendentemente poco studiata.
