Prendersi cura degli animali e, allo stesso tempo, doverli sottoporre a procedure invasive o all’eutanasia può avere un costo emotivo: un problema che non si affronta certo riducendo l’empatia ma, come suggeriscono recenti studi, con formazione, supporto e cultura organizzativa

Tra le molte ragioni che rendono la riduzione dell’uso degli animali in ricerca un obiettivo primario per la ricerca stessa, ve n’è una di cui si parla ancora poco. Si tratta dello stress che causa alle persone che vi lavorano: un tema che ha iniziato a essere indagato in modo sistematico solo in tempi relativamente recenti, ma sul quale gli studi mostrano risultati molto coerenti sia per quanto riguarda le cause, sia per quanto riguarda gli effetti.

Compassion fatigue: il peso emotivo della cura

Un concetto importante che emerge dagli studi su questo tema è quello della compassion fatigue. Con questo termine si indica, a grandi linee, un affaticamento ed esaurimento psicologico associato all’esposizione ripetuta alla sofferenza, al distress o alla morte di esseri viventi verso i quali si esercita una responsabilità di cura. È piuttosto evidente come possa facilmente presentarsi nell’ambito della sperimentazione animale: da una parte, la necessità di ricorrere, a seconda dei casi, a procedure che possono causare dolore e sofferenza, e all’eutanasia. Dall’altra, l’impegno di cura per ridurre quegli stessi stress e sofferenza, anche sviluppando un legame con gli animali con cui si lavora, perché la relazione professionale richiede attenzione al loro benessere, capacità di riconoscerne dolore e distress e spesso, a seconda del ruolo professionale e del tipo di ricerca, contatto e cure quotidiane. In questo quadro già complesso si può aggiungere anche la consapevolezza dell’importanza del lavoro che si porta avanti (si pensi per esempio alla necessità di individuare un farmaco per una patologia priva di cura risolutiva, o comprendere un meccanismo patologico di una malattia poco compresa).

Una review del 2019 sottolinea proprio questa possibile ambivalenza per chi lavora con gli animali da laboratorio, richiamando all’importanza di dedicare più ricerca empirica dedicata in modo specifico alla comunità delle laboratory animal sciences.

È ciò che hanno fatto diversi studi pubblicati negli anni successivi. Tra questi vi è per esempio un’indagine, basata su questionari, condotta tra Stati Uniti e Canada, con quattro obiettivi principali: valutare la compassion fatigue, capire quali fattori personali e lavorativi vi fossero associati, individuare le strategie utilizzate per affrontarla e comprendere quali caratteristiche potesse avere un programma di supporto efficace. Tra i fattori lavorativi associati emergevano sia problemi organizzativi e gestionali (per esempio la mancanza di personale), sia appunto il legame che si sviluppa con gli animali con cui si lavora – nonché la mancanza di una formazione per la gestione della compassion fatigue. Un altro elemento interessante emerso dall’indagine, e che vale la pena evidenziare perché riscontrato poi anche in altri studi, vi è come possa essere di beneficio l’avere persone di cui ci si fida per parlare del problema.

Non è scontato, anche perché, come sottolinea un’altra indagine, condotta però in Spagna, «Lavorare in un laboratorio che utilizza animali può comportare isolamento sociale, a causa del timore di giudizi negativi da parte della società o della pressione dell’opinione pubblica, della segretezza e della riservatezza incoraggiate da alcune organizzazioni, della mancanza di sostegno da parte dei colleghi oppure della necessità, per alcuni studi, di lavorare in orari poco compatibili con la vita sociale».

La resilienza non è una responsabilità individuale

Un altro elemento importante da tenere in considerazione è che il disagio riscontrato dagli studi non è una fragilità personale. Anzi, interpretarlo come tale può nascondere una base anche organizzativa e comunicativa del problema. Chi lavora con animali può infatti essere sottoposto contemporaneamente a diverse pressioni: il coinvolgimento emotivo, la necessità di eseguire procedure potenzialmente dolorose e l’eutanasia (talvolta di numerosi animali), ma anche la pressione a produrre risultati, il timore di errori tecnici e, in alcuni ambienti, la difficoltà di parlare apertamente delle proprie reazioni emotive. Sono elementi che emergono anche da uno studio recente focalizzato sui ricercatori più giovani e che sottolinea come il carico emotivo della sperimentazione animale si sovrapponga alle vulnerabilità tipiche della fase iniziale della carriera, quando tra le fonti di pressione possono più facilmente trovarsi anche precarietà, dipendenza dal supervisore, necessità di pubblicare, acquisizione di competenze tecniche e limitata autonomia nella scelta delle procedure.

C’è un elemento che fin qui non abbiamo citato, ma che rappresenta una base essenziale del discorso: l’empatia, essenziale in molti aspetti della cura degli animali, può essere anche uno dei fattori che aumentano la vulnerabilità alla compassion fatigue; è quindi anche possibile che le persone più attente al benessere degli animali siano anche quelle maggiormente esposte al costo emotivo del lavoro. Ma eliminare il coinvolgimento emotivo non è certo la soluzione: anzi, come abbiamo scritto più volte, proprio la capacità di riconoscere dolore e sofferenza, prestare attenzione alle condizioni degli animali e preoccuparsi della qualità delle procedure è infatti parte integrante di una buona ricerca. Quindi il cuore del problema è, semmai, come conservare attenzione ed empatia senza che si trasformino in una fonte cronica di sofferenza professionale. Ed è su questo punto che il contesto organizzativo e gestionale assume un ruolo ancora più rilevante.

Come evidenziano gli studi, infatti, il punto non è trasformare un problema professionale e condiviso in responsabilità personale, insegnando alle singole persone a gestire la compassion fatigue. Affrontarla in modo costruttivo, in modo che sia di beneficio a tutto l’ambiente di ricerca, richiede invece di costruire la resilienza attraverso buona formazione, supervisione, possibilità di parlare delle difficoltà, supporto tra pari e accesso all’assistenza psicologica. Su questa responsabilità istituzionale si concentra anche la risposta di una lettera a Nature pubblicata questa estate, da parte di un dottorando che riporta le proprie difficoltà nella ricerca con i topi: l’ansia anticipatoria prima delle giornate in cui sa di dover eseguire numerose eutanasie, lo stress anche fisico che ne deriva, il timore di essere giudicato “troppo sensibile”, e un problema ancora più sottile: l’inquietudine generata dal fatto che queste procedure diventino nel tempo sempre più automatiche. La risposta è proprio un esempio di come la resilienza non sia un dovere o una necessità del singolo: tra le strategie suggerite vi sono semmai una miglior comunicazione con il gruppo di ricerca, il supporto e il legami con colleghi e mentor, la necessità di formazione e, quando necessario, supporto professionale per la salute mentale. Rende molto chiaro, insomma, come oggi non ci si possa più solo chiedere quale sia il costo psicologico della sperimentazione animale, ma sia necessario anche iniziare a domandarsi: quale responsabilità hanno le istituzioni nel rendere questo lavoro psicologicamente sostenibile?

È un tema che ha iniziato a essere affrontato solo da pochissimo tempo, e serviranno altri studi per rispondere appieno. Qualcosa, però, iniziamo a saperlo. Sempre quest’anno, infatti, è stato pubblicato un lavoro che ha descritto i risultati di due anni di interventi per favorire la resilienza nei confronti della compassion fatigue. Non ne emerge un miglioramento statisticamente significativo della qualità di vita professionale, ma aumentano conoscenza e uso di strategie di coping. Il gruppo di ricerca ha suggerisce però anche come i vantaggi di una culture of care possano essere di beneficio per l’istituzione stessa: «Considerando i riscontri qualitativi positivi ricevuti sul nostro programma e il legame tra la permanenza nel proprio ruolo professionale e la qualità della vita professionale, i nostri risultati suggeriscono che promuovere una cultura della cura e sostenere la resilienza possa produrre benefici anche nell’ambiente di lavoro», scrive infatti.

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