Comunicare la ricerca che coinvolge animali non è difficile solo per le reazioni del pubblico. Una revisione sistematica di 65 documenti individua sette famiglie di ostacoli, dalla complessità etica e scientifica alla polarizzazione, fino ai timori dei ricercatori e al ruolo di istituzioni e media
Lo scriviamo spesso: comunicare la sperimentazione animale è essenziale. È comunicandone le necessità, i limiti, i metodi, i cambiamenti, le normative che si può creare un dialogo informato con il mondo pubblico (e anche politico), chiamato a prendere decisioni anche sulla ricerca scientifica – e che ha il diritto di farlo in modo consapevole. Ancora più essenziale perché la sperimentazione animale è un ambito che non riguarda la sola scienza, ma anche l’etica.
Sempre come scriviamo spesso, però, comunicare la sperimentazione animale è anche molto complesso, per diversi motivi che vanno dai processi lunghi della ricerca ai tecnicismi del suo linguaggio – e a volte perfino per il timore di ripercussioni.
Non tutte le difficoltà della comunicazione sulla sperimentazione animale sono però sempre evidenti: comprenderle meglio, d’altro canto, è il necessario passo per individuare le strategie per affrontarle, con l’obiettivo di consentire una comunicazione più efficace – e dunque più utile. Ci prova un recente articolo, pubblicato nel corso dell’estate, che propone una revisione sistematica della letteratura in materia che ha analizzato 65 documenti accademici con un’analisi qualitativa del testo completo, individuando sette grandi famiglie di ostacoli, che spesso si alimentano reciprocamente.
Non è solo questione di pubblico
Il nuovo studio parte da un presupposto: sono già state condotte diverse indagini sull’atteggiamento del pubblico verso la sperimentazione animale. Per esempio, è già stato osservato come l’accettabilità vari in funzione della specie utilizzata, dello scopo della ricerca e della sofferenza inflitta. Manca, però, una ricostruzione sistematica di tutto ciò che può ostacolare la comunicazione su questo tema.
C’è anche un altro aspetto che il gruppo di ricerca tiene in considerazione: concentrarsi esclusivamente sul pubblico rischia di perdere una parte importante del problema, perché anche gli stessi ricercatori, istituzioni, cultura scientifica, media e caratteristiche del dibattito possono creare degli ostacoli nella comunicazione. Per esempio, un ricercatore o una ricercatrice può avere timore di esporsi, oppure non riuscire a conciliare le attività di ricerca con quelle di comunicazione, mentre i media possono influenzare la narrazione sul tema della sperimentazione animale.
Dalla revisione sistematica della letteratura in materia condotta dal gruppo di ricerca emerge una fotografia piuttosto eloquente e identifica sette gruppi di ostacoli principali per frequenza.
I sette livelli del problema
Le tre categorie nettamente più diffuse sono le caratteristiche problematiche della ricerca stessa (compare almeno una volta nell’86% dei paper e degli altri documenti analizzati), le difficoltà associate al pubblico (85%) e un ambiente del dibattito complesso o disfunzionale (83%). Seguono gli ostacoli legati ai ricercatori (49%), alla cultura scientifica e istituzionale (43%), alla scarsa attrattiva o ai rischi del comunicare pubblicamente (32%) e ai media (29%).
Vediamo più nel dettaglio questi aspetti. Innanzitutto, i problemi comunicativi sembrano iniziare dalla natura stessa della ricerca: i possibili rischi, per esempio, ma anche la sua complessità e incertezza e questioni relative alla sua legittimità. Comunicare un esperimento che coinvolge gli animali significa infatti spiegare non soltanto procedure scientifiche complesse, ma anche il rapporto tra danni agli animali e possibili benefici, l’incertezza dei risultati, la scelta della specie e la valutazione della sofferenza. È quindi una difficoltà in parte irriducibile, perché semplificare il linguaggio scientifico non elimina certo il conflitto etico.
Per quanto riguarda il rapporto con il pubblico, nell’85% dei documenti analizzati il pubblico viene descritto in qualche modo come un interlocutore difficile; soprattutto per atteggiamenti ed emozioni verso la ricerca, ma anche per carenze di conoscenza e azioni di opposizione. Tra i fattori citati ricorrono opposizione alla sperimentazione, preoccupazione per il benessere animale e sfiducia verso ricercatori e istituzioni. Tuttavia, qui emerge anche una sfumatura importante: il problema, suggerisce lo studio, può essere anche il modo in cui il mondo scientifico immagina il pubblico. Autori e autrici sottolineano infatti che non è sempre possibile stabilire quanto l’ostacolo sia una reale mancanza di conoscenza e quanto, invece, uno stereotipo prodotto dalla stessa comunità scientifica. È un punto critico, perché se si ritiene che il pubblico non sia in grado di contribuire significativamente, lo si relega al ruolo di destinatario passivo anziché coinvolgerlo nel confronto e nel dibattito.
Si viene quindi all’ambiente nel quale tale dibattito avviene, che spesso sembra essere un contesto comunicativo complicato o disfunzionale, per esempio perché polarizzato. È un altro aspetto critico, perché si lega al rischio di creare una sorta di circolo vizioso di scarsa trasparenza – deleteria per la comunicazione sulla sperimentazione animale. Infatti, per timore delle polemiche o dei danni reputazionali, ricercatori e istituzioni possono scegliere una forma di “apertura selettiva”: comunicare soltanto alcuni aspetti, autocensurarsi o, in casi estremi, mantenere riservate determinate attività. Ma la scarsa trasparenza può ovviamente diminuire ulteriormente la fiducia del pubblico e, non meno importante, generare un vuoto informativo che rischia di essere occupato dalle voci più fortemente contrarie alla ricerca.
Procedendo nei risultati principali della review, emerge come anche ricercatori e istituzioni possano far parte del problema. Le ragioni possono essere molteplici, e non legate soltanto alla mancanza di capacità comunicative: emergono anche la tendenza a creare una separazione fra “noi scienziati” e “gli altri”, il pubblico; la riluttanza a parlare della ricerca e sentimenti negativi verso la propria stessa attività.
Inoltre, a livello istituzionale, manca spesso una cultura scientifica favorevole alla comunicazione, spesso percepita come una priorità secondaria rispetto alle attività scientifiche tradizionali. E scarseggiano tempo, risorse, formazione e personale specializzato, nonché coordinamento e pianificazione. A tutto ciò si aggiunge un elemento molto concreto: esporsi può avere un costo – danni reputazionali, timore di essere citati in modo scorretto e ostilità nei confronti dei ricercatori e, in alcuni casi della letteratura analizzata, persino minacce o violenza. Tutti elementi che rendono la comunicazione sulla sperimentazione animale un’attività poco attraente o rischiosa per ricercatori e istituzioni.
Infine ci sono i media, uno degli ostacoli che emerge meno di frequente – ma, vale la pena sottolinearlo, frequenza e importanza degli ostacoli non coincidono necessariamente. La letteratura in materia segnala copertura distorta (18%), negativa (14%) o insufficiente (11%). Errori, omissioni, eccessiva semplificazione ed esagerazione possono modificare la percezione della ricerca (è comunque importante precisare, come fa il gruppo di ricerca, che una copertura negativa non è necessariamente una copertura scorretta: può anche riflettere preoccupazioni etiche o sociali legittime).
Comunicazione sulla sperimentazione animale: il sistema degli ostacoli
Il quadro che emerge dallo studio è un’ulteriore conferma di quanto sia importante abbandonare modelli semplicistici, che riducono la difficoltà della sperimentazione animale alla mancanza di comprensione o conoscenze da parte del pubblico. Semmai, evidenzia quanto le barriere siano molte e diverse tra loro, e per di più probabilmente in grado di rafforzarsi a vicenda. I sette gruppi di ostacoli individuati sembrano comporre quindi una sorta di sistema, che non sembra stare da una sola parte del dialogo: nasce dall’interazione tra un tema intrinsecamente controverso, pubblici diversi e spesso diffidenti, ricercatori e istituzioni prudenti nell’esporsi e un ambiente informativo che può trasformare prudenza, segretezza e polarizzazione in un circolo vizioso.
Al di là dei risultati puntuali e della loro importanza in una riflessione basata sui dati, questo lavoro è un importante contributo per ribadire come, nella comunicazione sulla sperimentazione animale, servano non solo trasparenza, accuratezza, capacità di affrontare esplicitamente le questioni etiche, ma anche maggiore sostegno istituzionale ai ricercatori e forme di dialogo in cui i cittadini non siano considerati soltanto destinatari da convincere. È significativo che autori e autrici osservino come alcuni apparenti ostacoli possano persino diventare occasioni: per esempio, la controversia può stimolare una comunicazione più proattiva, la sfiducia può essere affrontata attraverso maggiore trasparenza e può motivare forme di consultazione fra scienza e società.
La comunicazione sulla sperimentazione animale è una necessità imprescindibile per un dialogo informato e costruttivo con politica e società. Sappiamo che non è semplice e che molto spesso, soprattutto in Italia, è oggi anche insufficiente; abbiamo però sempre più informazioni che ci possono aiutare a renderla più efficace e costruttiva. Quando riusciremo allora a usarle davvero?
