“SPERIMENTAZIONE ANIMALE”I RICERCATORI: SONO INDISPENSABILI PER SCOPRIRE NUOVI FARMACI

(L’articolo di Marco Cambiaghi – Università di verona uscito su LaStampa.it il 4 marzo scorso)

Quello della sperimentazione animale, in Italia, è un argomento spinoso, difficile, e troppo spesso ne parla solo chi ha scarse competenze in materia. Così, purtroppo, dilagano sciocchezze, false credenze e verità personali, che tendono a diffondersi facilmente. Chi dice una bugia ha il vantaggio del momento, magari associato al clamore, mentre la verità, basata sui fatti, arriva con un ritardo che sembra imperdonabile ai tempi dei social. Diventa allora essenziale capire le motivazioni che sono alla base dell’utilizzo di animali per la sperimentazione medico-scientifica e le riflessioni fatte da scienziati riconosciuti a livello internazionale.

Massimo Galli è direttore del reparto malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, fra i primi ad isolare il ceppo italiano del coronavirus. Spiega: “La gran parte della sperimentazione passa necessariamente attraverso l’uso di animali. Non esiste un’alternativa efficace a questo approccio. Anche per isolare il coronavirus, sebbene non si siano dovuti usare direttamente degli animali, le cellule usate per far replicare il virus derivano originariamente dalla scimmia. Così come i farmaci che stiamo usando per capire se potrebbero funzionare in questo caso sono stati testati su scimmie”. Insomma, se viene identificata una molecola che sembra essere efficace per trattare un’infezione virale, ma la stessa danneggia il fegato o altri organi vitali, si tratta di un’informazione essenziale per generare un nuovo farmaco. Ebbene, questo si può sapere, in ultima analisi, solo testando la molecola su specie animali. “O ci rassegniamo a non produrre più farmaci – aggiunge Galli – o continuiamo come abbiamo fatto finora”.

L’intera procedura che riguarda l’uso di animali è molto ben regolata, come spiega Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri. “L’utilizzo dei modelli animali nella ricerca biomedica – spiega – è strettamente regolamentato da normative internazionali. In Europa è in vigore la Direttiva 63/2010, sulla base della quale è possibile chiedere il permesso per utilizzare animali, anche un solo topolino, soltanto se non esistono altri modi per ottenere lo stesso risultato scientifico, nel numero più basso possibile e con le migliori tecniche di anestesia e analgesia. L’autorizzazione alla sperimentazione viene rilasciata direttamente dal ministero della Salute solo dopo che un panel di esperti ha valutato il progetto. Utilizzare animali in ricerca, quindi, è estremamente difficile e avviene unicamente quando non ci sono altri modi per ottenere risultati a salvaguardia della nostra salute”.

E qui emerge un altro cavallo di battaglia di chi pensa che fare ricerca significhi far del male agli animali. Non è così, anzi. “Dove è stato possibile – aggiunge Remuzzi -, in virtù del basso livello di rischio, come nell’ambito della cosmesi, i modelli animali sono stati sostituiti con test su cellule o tessuti, ma questo è veramente il primo passo reso possibile dalla ‘semplicità del problema’. La possibile tossicità di un ombretto è davvero minima e ristretta alla cute. Nell’ambito farmacologico questo è ancora assolutamente impossibile e tutte le agenzie regolatorie richiedono test su animali”.

In merito ai modelli alternativi gli fa eco Giacomo Rizzolatti, professore emerito dell’Università di Parma, Accademico dei Lincei e figura di riferimento della neurofisiologia mondiale per la sua scoperta sui neuroni a specchio. Racconta un’esperienza personale: “Ho collaborato per anni con Michael Arbib, matematico, allievo dei grandi cibernetici del Mit di Boston e tra i maggiori modellisti al mondo del sistema nervoso. Michael non ha mai inventato modelli del sistema nervoso, ma ha sempre chiesto i nostri dati e quelli di altri, tratti da veri esperimenti, per i suoi modelli”.

Per chi avesse dubbi sull’importanza della sperimentazione animale “basta esaminare i progressi medici ottenuti – spiega Rizzolatti – prendendo alcuni spunti di quanto riporta l’American Medical Association: scoperta del fattore RH (sta per macaco rhesus) del sangue, trattamento della lebbra, trattamento dell’artrite reumatoide, profilassi della poliomielite, chemioterapia antitumorale, uso terapeutico del cortisone, trattamento dell’insufficienza coronarica, scoperta di farmaci antidolorifici senza assuefazione, utilizzo di farmaci antirigetto e anticorpi monoclonali, chirurgia a cuore aperto e pacemaker cardiaco, trapianto di cuore e della cornea”. L’aspetto chirurgico, sebbene spesso non citato, è di enorme impatto sulla vita di tutti.

“Tutto è cominciato a Boston – ci spiega Remuzzi – quando Joseph Murray ha trapiantato a un ragazzo il rene del gemello. Molti non sanno che, prima di poterlo fare nell’uomo, Murray ha dovuto operare quasi 600 cani. Lo stesso Murray, che nel ‘90 ebbe il Nobel, disse che non c’è niente di più ridicolo che pensare che tutto questo si sarebbe potuto fare con un computer o con le cellule in cultura: sarebbe come dire che si può vivere senza respirare o senza sangue”. Si badi bene: a questo elenco manca l’aspetto più importante della ricerca biomedica: le scoperte di base. Sono quelle scoperte che permettono di conoscere i meccanismi che regolano la nostra vita e che rappresentano l’humus da cui deriva ciò che successivamente diventa di rilevanza clinica.

Quella di Gianvito Martino, direttore scientifico dell’Istituto di Ricerca San Raffaele di Milano, è una visione a 360 gradi del problema ed è un’ottima sintesi del pensiero dei ricercatori. “Non è pensabile, oggi – afferma Martino – poter intraprendere il percorso che porta dal bancone di laboratorio al letto del paziente le ricerche più innovative e le terapie che da tali ricerche ne derivano, la cosiddetta ricerca traslazionale, senza la sperimentazione animale. I modelli in vitro alternativi ai modelli animali non sono in grado di riprodurre quella complessità che è tipica delle malattie umane e che è necessaria per validare sia la sicurezza sia l’efficacia di nuove terapie. Ciò non toglie che da molti anni è la comunità scientifica stessa che sta studiando e si sta impegnando per fa sì che un giorno non lontano ci sia la possibilità che tali modelli alternativi possano diventare a tal punto informativi da poter essere utilizzati efficacemente”.

I modelli in vitro alternativi ai modelli animali non sono in grado di riprodurre quella complessità che è tipica delle malattie umane e che è necessaria per validare sia la sicurezza sia l’efficacia di nuove terapie. Ciò non toglie che da molti anni è la comunità scientifica stessa che sta studiando e si sta impegnando per fa sì che un giorno non lontano ci sia la possibilità che tali modelli alternativi possano diventare a tal punto informativi da poter essere utilizzati efficacemente”.

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